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Terremoto: mezzo milione di toscani vivono in zone a rischio
Un terzo della nostra regione definita “ad alta pericolosità”. Ecco in anteprima il rapporto dell’istituto Cresme, che scopre molte criticità
Mezzo milione di abitanti, concentrati in un terzo del territorio regionale. Almeno un sesto della popolazione in Toscana vive in una zona a rischio sismico. Area da bollino arancio, alta pericolosità (zona 2), non altissima, soprattutto lungo l’Appennino. Va meglio che in Emilia Romagna, la Regione più a rischio per i terremoti in Italia. La Toscana è settima (dopo Umbria Marche, Abruzzo) nella classifica del 4° rapporto sullo “Stato del territorio”. Questo non significa che tutto vada bene. Quando la terra trema magari non ci sono morti, ma gli edifici spesso crollano se non ci si interviene. La Lunigiana insegna.
1 MILIARDO DI METRI QUADRI DI EDILIZIA A RISCHIO
Nel 2013, il terremoto con epicentro Casola ha lasciato in piedi solo le case “incatenate”: quelle messe a norma anti-sismica coi fondi regionali. Su 101 case rafforzate con circa 1 milione di euro, 99 non hanno avuto danni; due lesioni lievi. Per rimettere in sesto 76 abitazioni danneggiate con il terremoto, si spenderanno circa 4 milioni. Il Cresme, il Centro ricerche economiche e sociali del mercato dell’edilizia allarga il tiro e nel 4° studio sullo “Stato del territorio” calcola che oggi il patrimonio edilizio costruito in zone a rischio sismico «ammonta a circa 1 miliardo di metri quadrati», conferma il direttore, l’architetto Lorenzo Bellicini. I fatti di Amatrice e le scosse dell’ultima settimana sono una conferma. Scrive Cresme nel rapporto in uscita a fine anno: «I recenti disastri legati al sisma umbro-marchigiano (e laziale) fanno emergere quanto il patrimonio edilizio esistente in Italia sia inadeguato ad affrontare gli eventi sismici più gravi e quanto la cultura del rischio e le tecniche costruttive abbiano margini di miglioramento».
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5 MILIONI PER LE CASE
La Toscana non lo ignora. Tanto che subito dopo il terremoto di Amatrice ha adottato una delibera per stanziare 22 milioni per l’adeguamento anti-sismico degli edifici sia pubblici che privati. Per i lavori sulle abitazioni ha portato dal 20% al 40% i contributi destinati ai privati. Spiega Federica Fratoni, assessore alla Protezione civile: «Alla messa a norma delle case pensiamo di destinare (con un bando) fra 5 e 8 milioni. Si tratta di contributi statali, ma la possibilità di spenderli dipende dai vincoli di bilancio che abbiamo. Non a caso il governatore Enrico Rossi, come anche il premier Renzi, si sta battendo per sganciare questi investimenti dal pareggio di bilancio».
In ogni caso, assicura l’assessore Fratoni - per mettere a disposizione dei privati risorse importanti stiamo lavorando molto. L’assessore al bilancio Vittorio Bugli sta cercando anche con Fidi Toscana (la società che eroga prestiti per conto della Regione, ndr) di attivare meccanismi di moltiplicazione dei fondi, in modo da incentivare gli investimenti». A quel punto, verranno decisi i criteri del bando, dando la priorità agli interventi - dice l’assessore - sugli edifici in zona 2: Lunigiana, Garfagnana, Mugello, Aretino e Casentino, provincia di Pistoia, e Prato, con qualche comune in provinca di Firenze. Corsia preferenziale anche all’adeguamento delle prime case, ma senza escludere le seconde case che anche nell’ultimo terremoto in Garfagnana e Lunigiana sono state le più danneggiate e a distanza di tre anni ancora sono pericolanti proprio perché le famiglie non intervengono in assenza di contributi pubblici.
PIÙ RESIDENTI NELLE ZONE A RISCHIO SISMICO
Il risultato è un patrimonio edilizio a rischio, non solo in Toscana. La fotografia del Cresme è preoccupante: con una «buona approssimazione», in un decennio (quello fra i due censimenti) la popolazione residente nei comuni a rischio sismico elevato è aumentata del 4,1% . Non c’è motivo di pensare che la Toscana rappresenti un’eccezione a questi dati. O a quelli sull’edilizia.
PIÙ CASE IN ZONE SISMICHE
Secondo Cresme, infatti, nelle zone 1 (ad altissimo rischio simico) e nelle zone 2 - come quelle di 92 comuni toscani - sono rilevati 6,1 milioni di edifici, con un aumento del 7,6% di abitazioni e del 41% delle strutture produttive. Oltretutto, la maggior parte di questi edifici (sia case che immobili produttivi) si trova proprio in zona 2, quella che definisce le aree a rischio della Toscana. Che, non a caso, già nel decennio preso in considerazione dal Cresme ha investito 2 milioni e 650mila euro di risorse comunitarie per indagini su terreni ed edifici industriali. Obiettivo: contrastare il rischio sismico nelle aree produttive dalla Lunigiana alla Valtiberina. Un progetto lungimirante visti gli effetti del terremoto in Emilia, con il crollo dei capannoni industriali.
QUALITÀ DEGLI INTERVENTI
«La qualità degli interventi edilizi - commenta Bellicini - sarà uno dei principali temi di discussione dei prossimi anni. Lo abbiamo visto proprio ad Amatrice: non si può intervenire su patrimonio esistente senza tenere conto della loro struttura. Se intervengo su edifici in pietra, con assi complessi, con strutture in cemento armato, solai pesanti, li condanno al crollo, in caso di terremoti, perché la struttura originaria non regge il peso. L’azione di ricostruzione richiederà riflessione e un piano a lungo termine: 10-20 anni, ma potrebbe essere un occasione di rilancio del Paese se abbineremo all’edilizia anti-sismica, la qualità, il risparmio energetico, la digitalizzazione degli edifici». Con una consapevolezza, però. I lavori di adeguamento anti-sismico «consentono a chi vive nelle case di non restarci schiacciato. Questo è l’obiettivo principale. Le lesioni si possono anche verificare».
- LA CLASSIFICAZIONE SISMICA COMUNE PER COMUNE
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