Il dolore
Spese in Regione Niente più indagini
La Corte dei Conti chiude gli accertamenti sugli scontrini La Consulta: nessun diritto a controllare le vecchie fatture
FIRENZE. Tutto finito. Tutto archiviato. Non esiste più procedimento della Corte dei Conti nei confronti dei presidenti dei gruppi consiliari della Regione Toscana. Non dovevano consegnare alla magistratura contabile gli scontrini delle spese sostenute coi soldi del gruppo. Non quelli del triennio 2010-2012.
Così aveva stabilito una sentenza della Corte costituzionale del 2015 e di questo prende atto la sezione toscana della Corte dei Conti che chiude la controversia nei confronti di una decina di politici della passata legislatura, di cui in Regione, oggi, resta solo Vittorio Bugli, come assessore al Bilancio. La Corte dei Conti, infatti, dichiara «l’inammissibilità del giudizio (sulla materia scontrini, ndr) per carenza di giurisdizione». Finiscono così 7 procedimenti che, nella passata legislatura, hanno interessato: per il Pd gli ex capigruppo (a staffetta) Marco Ruggeri (di Livorno) e Vittorio Bugli appunto; per Pdl Alberto Magnolfi e Giovanni Santini; per il gruppo misto Pieraldo Ciucchi; per Idv Marta Gazzarri; per la Lega Antonio Gambetta Vianna; per Federazione della Sinistra, Monica Sgherri; per l’Udc: Giuseppe Del Carlo.
Lo scandalo delle spese pazze nelle Regioni, scoppia a Roma nel 2012 con il caso “Fiorito”. In Lazio la magistratura indaga su spese pazze per 14 milioni. In Toscana, si parla di altre cifre: meno di 812mila euro nel 2010 e 705mila euro nel 2011. Ma la Corte dei Conti decide di verificare ugualmente la correttezza delle spese dai gruppi consiliari. E chiede ai presidenti dei gruppi di consegnare gli scontrini per rendicontare l’uso del denaro pubblico. La Regione, però, insorge. Il governatore Enrico Rossi mette in mano la questione alla Consulta: nel 2013 solleva il conflitto di «attribuzione fra enti». Lo Stato e quindi la Corte dei Conti non ha diritto di spulciare fra gli scontrini. I capigruppo non hanno obblighi di rendicontare perché non sono «agenti contabili». La Corte costituzionale concorda, ricordando che «i gruppi consiliari sono organi del consiglio regionale caratterizzati da peculiare autonomia in quanto espressione dei partiti che hanno presentato liste di candidati al corpo elettorale». L’attività di «gestione amministrativa e contabile dei contributi pubblici assegnati ai gruppi consiliari è funzionale all’esercizio della sfera di autonomia istituzionale di questi gruppi.... L’eventuale attività di maneggio del denaro costituisce (per il presidente del gruppo) un aspetto marginale e non necessario e non ne muta la natura politica e rappresentativa della figura, diversa, quindi, da quella dell’agente contabile». Questo vale per i rendiconti fino al 2012, evidenzia la Consulta. Dal 2013, infatti, entra in vigore una legge del governo Monti che istituisce il nuovo sistema di controllo sui rendiconti dei gruppi consiliari. Ma, appunto, non influisce con i procedimenti in esame.
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