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La uccide col fuoco perché respinto

La uccide col fuoco perché respinto

Pistoia, profugo pakistano di 29 anni confessa: ha dato fuoco alla casa dove si era rifugiata Lamia Chriqui

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PISTOIA. Una coppia di immigrati marocchini alle prese con una stufetta difettosa in una piccola abitazione di un paese della montagna pistoiese. La morte di Lamia Chriqui, 28 anni,rimasta asfissiata nella serata di giovedì dal fumo di un incendio d’abitazione a Sammommè, dove la donna abitava col marito, sembrava una tragedia della povertà e del mancato rispetto dei requisiti minimi di sicurezza. E invece si tratta dell’ennesimo femminicidio. Un uomo è stato arrestato e ha confessato di aver volontariamente provocato il fuoco mentre la donna si era chiusa a chiave in bagno, probabilmente per sfuggire alla sua violenza.

Lui è un pakistano di 29 anni, Hussain Azfal, uno dei circa cinquanta profughi ospitati dall’albergo Arcobaleno, che si trova proprio di fronte all’abitazione della coppia marocchina. Il provvedimento restrittivo è giunto al termine di un’approfondita attività investigativa da parte della polizia, coordinata dal sostituto procuratore Giuseppe Grieco, che ha iniziato ad avere dei sospetti già nella serata dell'incendio. I motivi sarebbero passionali: l'uomo si sarebbe invaghito della donna senza essere corrisposto e giovedì pomeriggio avrebbe tentato degli approcci sessuali che la donna avrebbe rifiutato. Ne è nata una lite sfociata nella tragedia.

L'uomo, di fronte agli indizi schiaccianti, ha confessato dopo molte ore di interrogatorio: dovrà rispondere del reato di omicidio e incendio per aver provocato la morte della cittadina marocchina. Secondo la ricostruzione della polizia, quando la donna si è chiusa in bagno a chiave, Azfal avrebbe preso la bombola di gas dalla cucina dove i due si erano intrattenuti nel pomeriggio. Poi l’avrebbe posizionata davanti alla porta di una stanza dell’abitazione, attigua al bagno, dove la donna si era rifugiata in un primo momento dopo un litigio scaturito tra i due. Per evitare che la bombola esplodesse, ha steso un giornale per terra, dandogli poi fuoco con un accendino ma avendo il tempo di scappare dall’abitazione. Una telefonata disperata al 112 dal bagno che non è bastata alla giovane marocchina per salvarsi. Quella telefonata di Lamia Chiriqui in italiano stentato, è servita però agli inquirenti per scoprire che non si trattava solo di una richiesta d’aiuto per un principio d’incendio in casa, perché si capiva che qualcuno la stava minacciando.

Il cittadino pakistano era alloggiato dal settembre 2015 nell’albergo Arcobaleno. In questo periodo aveva stretto un'amicizia con la coppia marocchina, anche per motivi religiosi. Per crearsi un alibi, era stato proprio il fermato ad intervenire tra i primi soccorritori e a dare la notizia dell'incendio, che egli stesso aveva appiccato, al marito della vittima. Per sfuggire al pakistano, Lamia aveva appunto cercato riparo in un bagno nel seminterrato della sua abitazione. Ma quella stanza si è trasformata in una trappola dopo che quello che credeva un amico ha provocato deliberatamente un incendio davanti alla porta dello stesso bagno. Ieri l’autopsia, eseguita dal medico legale Marco Di Paolo, ha stabilito che la causa della morte è dovuta proprio all’intossicazione da fumo. Restano però da chiarire e approfondire altri aspetti, come quello di una ferita da arma da taglio trovata sul dito della mano sinistra del corpo della donna: gli inquirenti pensano che l’uomo l’abbia minacciata con un coltello da cucina e lei si sia difesa prima di fuggire. Il pachistano fermato nella sua confessione avrebbe sostenuto che la donna non voleva rendergli il passaporto. Una sorta di ricatto, ma la polizia spiega che al momento non ci sono riscontri: in casa non è stato trovato alcun documento.

Francesco Albonetti

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di Redazione web