Il Tirreno

Toscana

Assalto armato al portavalori, il vigilantes: «Ci sparavano addosso, ho avuto paura di morire»

di Anna Cecchini
Il furgone della Mondialpol crivellato dai colpi
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Il furgone della Mondialpol crivellato dai colpi

Parla una delle tre guardie giurate del furgone Mondialpol assaltato da un commando: «Mentre tentavano di tagliare il tetto mi ha telefonato mia moglie, era un inferno»

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CECINA. «È stato un inferno, non si può descrivere quello che abbiamo passato io e i miei colleghi». Marco (usiamo un nome di fantasia per tutelare la sua incolumità) è una delle tre guardie giurate che la sera di venerdì 30 settembre era a bordo del furgone portavalori della Mondialpol che trasportava quasi 6 milioni di euro ed è stato assaltato da un commando di banditi sull'A12 in località Rimazzano, tra Rosignano e Collesalvetti. Un assalto fallito, che ha trasformato sei chilometri di autostrada in un campo di battaglia, con almeno 100 colpi sparati, bossoli e chiodi a tre punte sulla carreggiata. E automobilisti sotto choc.

Qual è stato il momento peggiore, quello in cui ha davvero avuto paura?

«Dopo la sparatoria, quando i rapinatori sono saliti sul tetto del furgone e hanno tagliato la lamiera. Ero accovacciato nell’abitacolo e in quel momento mi ha chiamato mia moglie. In un lampo ho pensato a lei e ai miei figli. Sono stati 15 minuti d’inferno, chi non ci passa non lo può capire».

Cosa è successo dopo la partenza dalla sede di Cecina?

«Eravamo due furgoni, io e due colleghi a bordo del primo blindato, e quello di scorta. Un collega era alla guida e io al suo fianco, dietro a protezione del caveau c’era la terza persona. Siamo partiti e abbiamo preso un percorso che è quasi obbligato; in realtà possiamo scegliere di cambiare strada anche all'ultimo momento, ma è chiaro che l’A12 è una delle strade migliori, è videosorvegliata e considerata più sicura».

VIDEO Il furgone colpito dai banditi

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Durante il viaggio, prima dell'assalto, avete mai avuto la sensazione di essere seguiti o comunque che sarebbe potuto accadere qualcosa di strano?

«Non è successo niente di particolare. Comunque sarebbe stato impossibile rendersene conto, anche perché di notte, con i fari che abbagliano, è più difficile vedere bene i mezzi che transitano attorno».

Quando vi siete accorti dell’assalto?

«Dentro la galleria (in località Rimazzano, ndr). Ricordo che uno dei miei colleghi ha detto: “Certo in questa strada non si vede mai nessuno”, e in quel momento è cominciato il delirio. È stato come un film. Ci ha affiancato un suv bianco, una Kuga della Ford. Le persone all'interno hanno abbassato il finestrino e hanno preso a sparare nella nostra direzione con i kalashnikov».

La vostra prima reazione all’assalto?

«Abbiamo fatto quelle che vengono chiamate manovre evasive. Sono manovre apposite di speronamento per tentare di far desistere i banditi, provando a far rigirare il mezzo che ci viene addosso. Poi parliamoci chiaro, in momenti come quelli si tenta di tutto, va bene anche far cappottare e schiacciare chi ti spara addosso mentre ti sperona. Il collega dietro gridava di non fermarsi, di correre avanti. Nel frattempo abbiamo avviato i sistemi di allarme».

Poi il vostro furgone si è fermato e c’è stato l’assalto.

«Sì, alla fine della galleria. Il nostro blindato aveva tutte le gomme bucate dagli spari, e lì ci hanno assaltato. Sono scesi dal suv e tre persone si sono messe davanti al nostro furgone e hanno cominciato a sparare. A quel punto abbiamo aperto le bocchette e risposto al fuoco con le nostre pistole di ordinanza. Il collega che era dietro mi ha detto che con una scala sono saliti sul tetto e hanno tagliato la carrozzeria. A quel punto ho attivato lo spuma block».

E i rapinatori hanno desistito.

«In colpi come questo viene usato il cronometro, sono banditi paramilitari e sanno che dopo un determinato tempo possono arrivare le forze dell'ordine. A un certo punto sono scappati, ma non abbiamo capito dove».

Durante l'assalto, intorno alla carreggiata avete visto automobilisti o altri testimoni?

«C’era una persona su un trattore, che lavorava sul lato monte dell'autostrada. Solo che era notte, non deve aver capito bene cosa stesse succedendo, ho saputo dopo che ha chiamato le forze dell’ordine e ha provato a guidarle».

Avete sentito le grida dei banditi, che accento avevano e come erano vestiti?

«Parlavano italiano, non so dire con quale accento anche perché dall'interno del blindato le urla si sentono attutite. Quanto ai vestiti ricordo che almeno uno aveva un passamontagna Mephisto, mentre gli altri quei modelli che davanti hanno anche la tesa. Indossavano giubbotti scuri».

Come siete riusciti a mantenere la freddezza necessaria?

«Il furgone è blindato e facciamo corsi appositi, ma devo dire che una sensazione come quella che ho provato non si può descrivere. Ti passa tutto per la testa. Ho pensato alla mia famiglia e ho avuto paura di morire».

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