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Le piante della costa quelle più a rischio

Le piante della costa quelle più a rischio

Il docente universitario Angelo Canale: «La vicinanza del mare rende gli insetti più pericolosi»

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PISA. «È lungo la costa che la mosca olearia fa più danni. Più ci si avvicina al mare, infatti, più le larve si sviluppano velocemente. In Toscana le aree più a rischio sono la costa labronica, penso alla Val di Cornia e a Donoratico, ma anche l’isola d’Elba e quella parte di Maremma più vicina alle spiagge. Già nella prima settimana di luglio, nel Pisano e nel Livornese, il 50% dei campioni che ho analizzato risultavano infestati dagli insetti».

Angelo Canale - docente e ricercatore presso il dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e agroambientali dell’università di Pisa - è fra i maggiori esperti del Bactrocera oleae, la temutissima mosca dell’olivo che sta mettendo in crisi i coltivatori di tutta Italia. Invitato come relatore in diverse parti dello Stivale, ha ormai alle spalle dieci anni di esperienza e di studio.

Professor Canale, come mai le zone a ridosso del mare in Toscana sono quelle a più rischio infestazione?

«Sulla costa, a differenza dell’entroterra, c’è un clima mite. Se per esempio la temperatura dell’aria supera i 30 gradi larve e mosche muoiono. E sotto i 9 gradi il loro sviluppo si ferma. Il clima costiero risulta quindi ideale per lo sviluppo e la vita di questi insetti, tanto che registriamo una riproduzione tre volte superiore rispetto alle zone interne».

Molto di più.

«Certo. Ogni femmina può deporre anche 500 uova, metà delle quali daranno origine ad altrettante femmine.  Quindi c’è un rapporto esponenziale: per questo gli oliveti della costa rischiano così tanto. La mosca olearia, come testimoniato dal nome che porta, attacca solo le olive».

Come mai solo le olive?

«Perché è un insetto specializzato su questo frutto. È una specie monofaga».

Gli agricoltori possono prendere delle contromisure adeguate?

«Insetticidi e larvicidi sono efficaci e si possono acquistare a un prezzo non elevato. Anche se, per il produttore, incide molto di più il costo della manodopera. Per il trattamento occorre un trattore dotato di un atomizzatore per bagnare le chiome delle piante. Il consiglio è di ricorrere ai prodotti chimici solo se la contaminazione ha interessato almeno il 15% dei frutti».

I prodotti chimici, però, sono impossibili da utilizzare nel biologico.

«Qui sta il vero problema. Nel biologico i metodi di prevenzione o disinfestazione – mi riferisco alle trappole e agli insetticidi abbinati alle esche alimentari – sono poco efficaci e parecchio costosi. La produzione ridotta e la spesa per debellare la mosca fanno inevitabilmente lievitare il prezzo della bottiglia, che senz’altro può compensare in qualche maniera le spese sostenute».

Il picco di infestazione c’è stato fra la fine di agosto e l’inizio di settembre, in corrispondenza con l’abbassamento delle temperature. Così sostengono gli agricoltori. Che ne sarà degli oliveti già attaccati?

«Gli agricoltori non devono mischiare le olive cattive (ossidate dall’aria che entra dal foro di uscita della larva) con quelle buone. Basta un 20% di frutto andato a male per rendere l’olio più acido e di bassissima qualità. Il consiglio è di cogliere solo le olive rimaste sull’albero, che più difficilmente saranno state attaccate dagli insetti, a differenza di quelle cadute per terra».

Ma come mai, in questi ultimi anni, la mosca olearia fa così paura?

«È la conseguenza del cambiamento climatico. Gli inverni miti, come nel 2014, hanno mantenuto in vita le larve e rovinato l’intera produzione. Quest’anno non andrà così male, ma i problemi non mancheranno. Colpa di un agosto umido e non troppo caldo». (s.t.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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