La manifestazione
Se il consenso è qualcosa di estorto
Ho firmato la petizione contro le telefonate moleste. Spero che questa iniziativa del Tirreno abbia successo e consegua i risultati che tutti noi ci aspettiamo, cioè di non essere più tormentati da incessanti chiamate che hanno perfino una portata ansiogena.
Il modo di comunicare per telefono per proporre nuove possibilità di contratto può provocare una certa ansia. Ma non si tratta solo di questo, non si tratta del fastidio che ciascuno di noi prova quando incautamente, dopo qualche esitazione per non avere riconosciuto il numero, risponde al telefono e si trova nel frettoloso dubbio amletico tra il dare quella che si dice una rispostaccia o essere gentile per rispetto all’operatore che molto probabilmente è vittima di uno sfruttamento e viene mandato (mandata: più frequentemente sono le donne a essere mandate in prima linea) allo sbaraglio per pochi soldi.
Preso da questo dubbio, chi riceve la telefonata talvolta è attanagliato da un altro dubbio amletico: e se l’offerta fosse conveniente e mi facesse risparmiare qualche euro? E cade nella trappola. Infatti è perfino probabile che vi sia un vantaggio (di solito temporaneo), ma per ottenerlo deve entrare nella giungla, anch’essa ansiogena, del contratto, del consenso, dei tempi di modifica, dei codicilli che magari non si leggono bene e così ti fregano. Nella Grecia antica questi tipi di commercianti venivano chiamati “sicofanti”, venditori di fichi, perché presumibilmente imbrogliavano sulla freschezza del dolce frutto. Oggi tutto questo fa parte della giungla del cosiddetto mercato libero in una società democratica, dove l’affollarsi aggressivo delle proposte telefoniche di nuovi contratti deve essere collegato all’aggiramento del consenso, se non addirittura all’estorsione. Senza consenso non si può procedere all’aggressione e allora come ottenere il consenso? Con penosi trucchi che appunto somigliano all’estorsione. Ma perché è consentito di estorcere il consenso? Perchè viene accettata quella sorta di stolkeraggio organizzato?
Qui entriamo nello scenario più grande che è quello della nostra forma di vita sociale. Il fatto è che tutto è diventato un grande mercato, qualcosa che ci è entrato dentro, e lo accettiamo come se fosse la cosa più naturale del universo. In un mondo in cui tutto è un mercato, dove la scelta di una merce dovrebbe essere libera, il trucco sta nell’aggirare da un lato la concorrenza dall’altro il consenso. Platone avrebbe odiato i venditori e i pubblicitari con la stessa intensità con cui odiava i sofisti. Ma almeno nei mercati ciascuno vede la merce nelle bancarelle così come per le strade e per le piazze chiunque può essere colpito e affascinato dalle vetrine dei negozi. Al telefono non si vede niente. Tutto è giocato sulla parola detta e sull’ascolto e questo a ritmi vertiginosi che non ti permettono di riflettere, ponderare, decidere. Siamo molto vicini all’estorsione e alla violenza.
E il gioco è ancora più sottile. Nel 2008 Paolo Virzì girò “Tutta la vita davanti”, film dal titolo ironico e profetico, per raccontare il precariato attraverso la storia di un call center con una straordinaria Sabrina Ferilli. Il film, se non ricordo male, finiva con la storia della caverna di Platone che la mamma narrava alla figlia. Oggi quella caverna non sarebbe buia, bensì piena di luci, le luci delle vetrine, dei negozi, dei supermercati, delle chiamate continue, insistenti, indesiderate, ma l’oscurità resta e si mantiene e diventa parola ansiosa, consenso estorto, fastidio, pubblicità subita. Dove stia la libertà in questa aggressione falsamente consensuale è lecito chiedersi. Per questo e per tutto il resto che ci circonda come in una caverna, ho firmato la petizione.
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