Il dolore
La macellazione islamica che indigna
Tra proteste e appelli alla legalità, oggi si celebra l’ultimo giorno di sgozzamenti animali in onore del sacrificio di Abramo
Alla fine di luglio ne ha fatto le spese perfino Enrico Rossi. Il governatore della Toscana, sul palco della festa dell’Unità di San Miniato Basso, è stato aggredito a colpi di letame da un allevatore che riteneva ingiusta una norma regionale che limitava la macellazione animale. Una regola che – a suo dire – affossava i suoi affari con la comunità musulmana. E due giorni fa, fra Livorno e Massa, altri tre episodi inquietanti. Stefano Benedetti, consigliere comunale a Massa, che denuncia di essere stato aggredito in casa da un pastore dopo un post su Facebook contro «lo sgozzamento degli agnelli vivi» dell’Eid Al Adha, la “festa del sacrificio” che viene celebrata in questi giorni nel mondo islamico. Poi una capra legata e imbavagliata ritrovata alla Leccia, a Livorno, per fortuna liberata e portata in fattoria. E infine, non meno grave, il tam tam scattato sui social network (poi rivelatosi falso) sull’uccisione di un animale all’interno di campo di un’associazione di arcieri di Lido di Camaiore (con tanto di filmato).
Quattro episodi, un unico apparente filo conduttore. È il sacrificio di Abramo, il rito che i musulmani stanno compiendo in questi giorni in onore del Patriarca, colui che risparmiò il figlio Ismaele ammazzando un ariete. Una pratica – contestatissima da animalisti e non solo da loro – che purtroppo viene consumata illegalmente pure al di fuori dei mattatoi, nei giardini o nei campi, con i poveri animali sgozzati e lasciati morire fra mille sofferenze. E, inutile dirlo, non è certo così che si deve fare. Chi pratica il credo – che quest’anno ha avuto inizio il 12 di settembre e si concluderà oggi – lo sa bene.
«È una tradizione religiosa rimasta nel ricordo di Abramo – spiega Khalil Mohammad, presidente del Centro culturale islamico di Pisa – e solitamente noi sacrifichiamo un montone. Parte della bestia viene regalata a chi è povero e il resto consumato. Ma è chiaro, la macellazione va fatta al mattatoio, non all’aria aperta. Bisogna rispettare le regole, noi lo ripetiamo da sempre. Guai a farlo insieme ai contadini».
Secondo la guida spirituale musulmana bisogna rispettare oltre alla legge anche la dignità dell’animale. «Dopo la scossa elettrica e il taglio – conclude Khalil Mohammad – non sente più nulla. Così ci dicono gli esperti. L’Islam ci insegna che all’animale non dobbiamo mostrare il coltello, né la morte di altri suoi simili. E noi lo rispettiamo».
Ma che cosa ne pensano gli addetti ai lavori per eccellenza, i veterinari? È impossibile stabilire che cosa provi davvero un essere vivente quando viene ucciso. Ma pur con tutti gli accorgimenti del caso, il fatto che non soffra pare veramente difficile.
«Parlando dei maiali – afferma Roberto Perez, veterinario con studio all’isola d’Elba – so che nei mattatoi vengono prima storditi da una scossa elettrica, poi sgozzati e macellati. La carne, per diventare commestibile, deve perdere tutto il sangue. In pratica i maiali devono morire dissanguati, altrimenti nel fluido proliferano i batteri. Con la scossa elettrica perde immediatamente conoscenza, non sente niente, e recidendo la vena giugulare si consente un rapido dissanguamento, dal momento che il cuore continuerà a battere. Lui, quindi, teoricamente non prova dolore fisico».
Ciò nonostante – a dirlo è lo stesso Perez – la sofferenza può esserci lo stesso. «Se nello stesso luogo sono stati macellati altri animali – sottolinea il veterinario elbano – è difficile che il maiale non si renda conto di ciò che gli accadrà di lì a poco. Parliamo di un essere vivente molto intelligente, a mio parere più del cane, tanto che a volte viene impiegato al suo posto nella caccia al tartufo».
Se poi, in barba alle regole, un animale viene sgozzato e lasciato vivo in mezzo a un campo o in un giardino, la sofferenza (fino alla morte) è fuori da ogni logica. «Se di nascosto, ovviamente senza neanche chiamare un veterinario, ovini, agnelli e capretti vengono ammazzati in questa maniera nei campi – conclude Perez – è ovvio che l’animale prova sofferenza. E non è giusto».
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