Il dolore
L'abbiamo visto tardi, gli dobbiamo risposte
La forza di un bambino di cinque anni, fuggito di casa seminudo e pieno di lividi, probabilmente maltrattato dalla madre
Ci sono persone che urlano con la voce. E bambini che urlano scappando di casa. Poco dopo l’alba. Seminudi, più sicuri fuori che dentro. Meglio l’ignoto del noto. Il precipizio che fa meno paura del ciglio.
«Così ho sentito il grido dentro di me», dice Munch, con le sue pennellate espressioniste, quando ci fa esplodere “L’urlo” nella pancia. Non è nulla in confronto al cazzotto che ti arriva quando leggi della fuga dalle botte di un bimbo di cinque anni. La pena ti strappa il respiro dal cuore. A tutte le domande, si sostituisce una certezza: c’è un bimbo che ha già sperimentato il male di vivere. Un male di vivere che non è fatto di dolore fisico e basta. È fatto di solitudine, di isolamento. Di cecità. Nessuno vede, nessuno sente. Altrimenti il bimbo non sarebbe stato costretto a trovare rifugio fra le braccia di uno sconosciuto in mezzo a una strada. Ci sarà tempo per cercare i colpevoli, nelle inchieste giudiziarie, nella famiglia e non solo. Ma ora è un altro tempo. È il momento dell’unguento. Ci sono ferite da curare. C’è un bambino da rassicurare. Forse non uno solo, perché il piccolo fuggiasco ha fratellini. E se le botte fossero toccate solo a lui, al fuggiasco, anche peggio. Il rimedio deve essere più efficace. Si deve eliminare il senso di diversità, inadeguatezza.
Non c’è nulla di sbagliato, in te piccolo. Siamo noi che non andiamo bene. Ti abbiamo visto tardi, pur avendoti sotto gli occhi ogni giorno. E ora ti dobbiamo risposte. A fatti, non a parole. Ce lo hai insegnato tu, gridando con una corsa.
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