Il Tirreno

Toscana

«Più sicurezza con l’aiuto dei cittadini»

di Libero Dolce
«Più sicurezza con l’aiuto dei cittadini»

Per l’ex prefetto di Pisa Tagliente la prevenzione si fa con un mix di tecnologie, repressione e dialogo

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«Una lampadina può scoraggiare un furto». Perché sul tema sicurezza si possono fare lunghi discorsi e progetti enormi, ma a parlare con l'ex prefetto di Pisa Francesco Tagliente si chiarisce subito una cosa: si possono ottenere risultati eccellenti a partire dai fondamentali. Lavoro di squadra, ascolto dei cittadini, utilizzo delle tecnologie. E lampadine nei posti bui.

Partiamo da questo prefetto: come si riconquistano zone abbandonate al degrado o dove episodi di violenza e furti sono sempre più frequenti?

«Per quanto non bisogna semplificare, la storia della lampadina è vera. Il barlume notturno non serve a nessuno, le aree a rischio devono essere illuminate in modo adeguato. Non ci si deve bloccare di fronte alla spesa, ci sono modi per illuminare adeguatamente senza grandi costi. Dico di più: l'illuminazione deve essere abbastanza forte da garantire alle telecamere di sorveglianza di vedere come se fosse giorno».

E si arriva alle telecamere, altro "classico" della sicurezza urbana. Qual è il modo migliore per usarle, basta riguardarsi i filmati il giorno dopo?

«Ci vuole un sistema di telecamere intelligenti, registrate in un'anagrafe, perché grazie a questo censimento, in presenza di un reato, è possibile verificare all'istante l'ubicazione delle telecamere in quella zona e verificare. Dico intelligenti perché tutte le immagini arrivano su un server ed è possibile scandagliarle con un software che individui quello che stiamo cercando su milioni di frame. Così può risultare più facile trovare la cinquecento bianca con l'antenna verde che abbiamo individuato come responsabile del furto, ad esempio».

E fin qui stiamo nelle tattiche adottate attraverso un mezzo, che sia l'intervento urbano o l'utilizzo di tecnologie come per le registrazioni. Ma poi a compiere e subire furti, rapine e violenza sono uomini e donne.

«Gli studiosi delle scienze comportamentali dicevano che l'ambiente urbano determina il comportamento sociale. Se in una piazza si verificano con frequenza problemi per la quiete, bisogna intervenire per alleggerirlo. Io non penso che le soluzioni stiano nel piantonamento di un luogo, perché poi dietro l'angolo può succedere di tutto. Bisogna creare le condizioni perché chi sta in una piazza abbia ragioni sufficienti per andare altrove, creare altre situazioni in modo spontaneo, spingendo i commercianti ad aprire anche in altri luoghi. In questo senso alleggerire. Altrimenti c’è il rischio che la pattuglia diventi un bersaglio».

A volte però sulla spinta dell’allarme, o presunto tale, si chiudono le piazze, si vietano concerti o altro.

«Sono contrario ai divieti, sono favorevole all'opportunità di indirizzare le energie in modo da rendere sostenibili le presenze. Non posso dire agli studenti di non andare in piazza: hanno diritto i residenti al riposo, gli esercenti al lavoro e il popolo della notte allo svago notturno».

E il ruolo dei cittadini in tutto questo è di denunciare una volta subito un danno?

«No, anzi, questo è il cuore di tutto il sistema. A Firenze, Roma e a Pisa ho sperimentato, con discreto successo, il partenariato territoriale. Ho riunito prima i rappresentanti delle associazioni sul territorio e ho presentato il mio progetto sulla sicurezza. Ho chiesto però di dare un contributo in termini informativi, di dialogo. Anche se mettessimo mille poliziotti, uno per portone, l'orecchio e l'occhio del poliziotto non potrebbero arrivare all'ultimo piano di un condominio. L'insicurezza non è solo quella in strada più evidente. Solo chi vive in certi ambienti riesce a cogliere dei problemi che altrimenti sarebbe fuori dai nostri recettori».

E come funziona il partenariato?

«A Roma riunivo tutti i rappresentanti provinciali delle varie categorie e associazioni, un addetto organizzava incontri mensili nei vari commissariati e si discuteva dei problemi. Può fungere anche da sfogatoio per tutti quelli che ogni giorno si lamentano ma non si sentono ascoltati, magari finendo per rinunciare. Le persone non andavano a scrivere lettere ai giornali o si rifugiavano nelle lamentele tra amici, ma trovavano persone di riferimento, informate direttamente, capaci di valutare. Ciò che risulta risolvibile a quel livello territoriale si risolve lì, ciò che necessita di interventi più in alto sarà poi sottoposto al sindaco o al questore. Una logica di prossimità».

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