Il Tirreno

Toscana

IL COMMENTO

LA VIOLENZA CHE SPEZZA IL NOSTRO INCANTESIMO

di Stefano Pasquinucci*

Il sangue nella pineta dei burattini, dei bomboloni e dell'hockey a rotelle. Il risveglio più amaro

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Abbiamo il mare, a Viareggio, ma abbiamo anche la pineta di Ponente. Ne andiamo orgogliosi, è parte della nostra memoria, ci aiuta a pensare a quando eravamo piccoli e puri. Forse addirittura ci aiuta a restare un po’ quelli che eravamo. E ora, quando veniamo a sapere che lì ci ammazzano le persone, ci sentiamo violati, sfregiati, traditi. La piantarono nel 1747 per difendere la zona dalle intemperie e dai venti che dal mare flagellavano la costa. È un rettangolo verde che si estende nel pieno centro della città, parallelo al mare e distante pochi passi da quella passeggiata famosa in tutto il mondo che, a Carnevale, si trasforma in uno straordinario palcoscenico a cielo aperto. Un vero parco cittadino che ogni viareggino (e non solo) porta nel cuore, per quello che è oggi e, soprattutto, per quello che è stato ieri.

Entrare da via Vespucci, via Marco Polo o via Zara è come varcare il binario 9 e ¾ di Harry Potter. È l’Isola che non c’è di Peter Pan che appare una volta usciti dalle nuvole. È la mappa del tesoro attorno a cui ruotano le migliori storie di pirati. E se ancora non sono riuscito a spiegarmi, direi che è un posto per ritornare bambini o ritrovare noi stessi, così vicini, ma al tempo stesso lontani, dal traffico, dal cemento, dalle preoccupazioni. Lontani dal male. C'è il laghetto dei cigni, il Gatto Nero dove caldi bomboloni arrivano trasportati da un piccolo dirigibile di nome Pippo che, al termine del suo volo, li fa cadere su un mare di zucchero. C'è il Pino sul Tetto, ristorante e pista di pattinaggio a cui si deve, in parte, la nascita e diffusione dell'hockey a rotelle, sport che grazie al Cgc ha regalato alla città uno dei suoi due scudetti (l'altro è quello, recentissimo, del beach soccer). Tra i pini ti imbatti all'improvviso nelle verdi mura del Circolo del Tennis, nato nel 1896 per volontà dell'inglese Mister Cripps, con alle spalle pagine affascinanti.

Ai lati del viale, intitolato al marchese fiorentino Gino Capponi, si susseguono, invece, postazioni che noleggiano biciclette, pedalò, macchinine a pedali e l’intramontabile "grillo", chiamato così per il singolare movimento delle gambe, necessario per farlo muovere. Scorrono due trenini, quello del Cuore e quello di Biancaneve: genitori e nonni sono costretti, si fa per dire, a salirci sopra per accompagnare figli o nipoti. Più in là le strutture per gli appassionati delle bocce, una delle quali, alla sera, diventa spazio per esilaranti esibizioni di compagnie teatrali amatoriali, locali danzanti, punti di ristoro ed un minigolf. Il nostro paese dei balocchi. Questo, detto al volo, è quello che c’è. Ma bisogna parlare anche di ciò che, invece, non c’è più. Il Teatro di Puccini, situato nei pressi della villa dove il Maestro dette vita al capolavoro di Turandot, e il Teatro dei Burattini sulle cui panche migliaia e migliaia di ragazzi e ragazze, ancora privi di telefonini, si emozionavano e si meravigliavamo per le imprese dei vari Sandrone, Masticabrodo e Fagiolino.

E poi la festa delle pisalanche (le altalene) il giorno di Pasquetta e le epiche sfide a pallone con i pini al posto dei pali ed interminabili discussioni per stabilire se la sfera di cuoio finiva sopra o sotto una traversa che era invisibile... Questa è la Pineta di Ponente, il luogo in cui non dovrebbe succedere niente di brutto. Una considerazione (e una speranza) che può concretizzarsi solo nel mondo dei sogni o nei lontani luoghi dei ricordi. La realtà, invece, è un’altra cosa, purtroppo. La realtà ci fa male.

* Stefano Pasquinucci è giornalista, presentatore, blogger ed ex presidente della Fondazione Carnevale di Viareggio

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