Il Tirreno

Toscana

Olimpiadi alla toscana: artigiani del podio, tra Dna, talento e buoni maestri

Giorgio Billeri
Olimpiadi alla toscana: artigiani del podio, tra Dna, talento e buoni maestri

Se la nostra regione fosse una nazione sarebbe davanti a Brasile, Kenya e Corea del Nord nel medagliere. Il tiro e il nuoto nel sangue, un territorio per lo sport. La terra che forma i talenti (ma poi li lascia scappare)

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Nei nostri boschi abbiamo imparato a prendere la mira, tra le onde del nostro mare a nuotare. Noi toscani, che vinciamo quando si tratta di imbracciare un fucile o far mulinare le braccia tra i flutti salati, siamo uno strano e prodigioso impasto di freddezza, calcolo, passione e tenacia. Dagli Etruschi in poi è stato così: a caccia e a pesca per mangiare, la natura ci ha obbligati a imparare come pochi altri l’arte dell’attesa e poi dell’improvvisa necessità di fare centro, dell’inseguimento e della mira. La selvaggina e i pesci non perdonavano: talvolta in canna c’era un solo colpo, una sola freccia. Vivere o morire, vincere o perdere, mangiare o fare la fame.

Le radici, le origini, la storia, la leggenda compongono questo nostro strano Dna, fatto di atteggiamenti scanzonati, di indole ribelle ma allo stesso tempo di grande forza mentale, ideale propellente per scatenare il talento. Non abbiamo la struttura statuaria dei neri americani, le fibre rapide e scattanti degli asiatici, i garretti da antilope degli africani. E nemmeno la quadrata solidità della gens padana. No, noi siamo gente normodotata ma con qualcosa in più nella testa e nel cuore.

Prendete due esempi così vicini e così lontani tra loro: Gabriele Detti, locomotiva livornese del nuoto, sui blocchi di partenza accanto a Horton, a Sun Yang e agli altri non sembrava che uno scanzonato ventenne in mezzo a colossi di perfetta costituzione. Eppure li ha gabbati quasi tutti, con le sue bracciate costanti e in cronometro che ticchettava in testa. Oppure prendete Niccolò Campriani: un aspetto da ragioniere, da cassiere della banca sotto casa: la pelata, il colorito bianchiccio, il sorriso timido. Eppure quando ha chiuso un occhio e spalancato l’altro sul mirino ha divelto il mondo del tiro a segno come uno tsunami.

Storia, morfologia del territorio, tradizione: c’è questo alle origini della Toscana che vince. E soprattutto ci sono tanti, tantissimi cervelli, allenatori, maestri che si sono formati qui e che da decenni sfornano talenti a getto continuo. Chi ha portato Paltrinieri e Detti nel paradiso del mezzofondo mondiale? Il burbero e bravissimo Stefano Morini da Livorno, l’uomo che si è fatto costruire su misura un eremo come quello di Ostia dove i virgulti nuotano chilometri su chilometri e accettano una vita quasi monastica per farci saltare sulle poltrone quando il gioco si fa duro. Chi ha trascinato Gabriele Rossetti da Ponte Buggianese e l’umbra Diana Bacosi all’oro e la friuliana Chiara Cainero nell’argento nello skeet? Andrea Benelli da Firenze, l’uomo chiamato piattello. Chi ha programmato l’arma da guerra chiamata Rachele Bruni, regina del nuoto libero venuta da Comeana e splendido argento sotto il Cristo del Corcovado? Massimo Giuliani da Piombino, l’unico cittì al mondo ad essere anche sindaco della sua città. Maestri, pozzi di scienza sportiva, costruttori di successi. Tanti, tantissimi nella scherma, da Zanotti a Di Rosa, da Paoletti a Curletto a Di Ciolo e ne dimentichiamo tantissimi.

Noi abbiamo successo sulle panchine perché al grande amore ed alla competenza sportiva aggiungiamo un ingrediente che fa la differenza e forma il cocktail perfetto: l’empatia, lo spessore umano, la disponibilità, la capacità di cementare il gruppo, finanche la simpatia e l’humour. Non è un caso, e sarà questa l’unica incursione nel pianeta-calcio, se ai vertici dell’italica pedata ci sono solo toscani: Allegri, Spalletti, Sarri.

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Tra acqua e alberi, tra mare e colline nella quotidiana meraviglia dei nostri paesaggi c’è una carta in più: gli spazi per lo sport. Quelli che ci ha regalato la natura e quelli che l’uomo ha realizzato. Torniamo al bancomat - per usare un’immagine non proprio poetica del presidente del Coni Malagò - del nostro sport, il tiro. In Toscana i poligoni e gli impianti, negli ultimi decenni, sono spuntati come funghi, in maniera inversamente proporzionale alla lenta erosione del popolo delle doppiette: oggi i cacciatori sono 87mila, vent’anni fa erano il doppio. Come dire, si spara meno alla selvaggina e di più ai bersagli fissi: esercizio meno cruento e magari più divertente. Venti società, mica poche, sono attive nella nostra regione e dispongono di impianti propri. Il centro di gravità permanente è Montecatini-Pieve a Nievole, una delle eccellenze nazionali a livello strutturale ed organizzativo.

Qui si allenano i «mostri», non solo italiani, della specialità: i Rossetti, gli Innocenti, le ragazze dello skeet. Due settimane fa, per dire, fior di assi stranieri hanno preparato Rio nel silenzio avvolgente della Valdinievole, compreso il kuwaitiano Abdullah Al-Rashidi, idolo del pubblico di Rio. Ma altri impianti sono fioriti dovunque: Follonica, Campagnatico, Orbetello, Monterotondo, Cecina, Querceta, Massarosa, Pisa. Si spara dovunque.
Piombino, anche grazie al lavoro di Giuliani, ha organizzato di recente i Mondiali di nuoto in acque libere perchè lo specchio davanti a piazza Bovio, in faccia all’Elba, è un paradiso per le bracciate senza steccati. C’è sport in ogni angolo, anche il più remoto, di questa regione: il bacino di Roffia per i canottieri, strade di qualsiasi profilo altimetrico per i ciclisti, un autodromo come il Mugello.

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Una medaglia sorridente, almeno su quella faccia che impariamo a conoscere ogni quattro anni. Ma c’è anche, ovviamente, un’altra faccia e un’altra realtà meno lieta. Quella dei club, delle società sempre più in crisi, con le casse sempre più vuote. Volontariato e piccoli sponsor non bastano più per impedire la fuga di cervelli. In altre parole, in Toscana si nasce e ci si forma come atleti di vertice, ma per vivere bisogna emigrare perché di certi sport, da soli, non si campa. Quando arriva la proposta di un club titolato o delle Forze Armate si deve accettare per forza. Ecco perché Detti si allena ad Ostia, Campriani vive stabilmente in America, la Bruni a Roma nuota per l’Esercito così come quasi tutti gli schermidori, gli eredi della grande tradizione di Nedo Nadi, da Baldini a Montano, dalla Vecchi alla Batini sono diventati carabinieri, poliziotti o avieri.

La medaglia olimpica porta gloria e un gruzzoletto, ma non è per sempre. Mamma Toscana mette alla luce i suoi gioielli e li coccola ma quelli, alla scoccare della maggiore età, se ne vanno di casa e qui resta soltanto l’orgoglio, la gioia di vedere una regione così, piccola e grande, povera e ricca nello stesso tempo, inserirsi virtualmente nel medagliere olimpico davanti a potenze dello sport come il Canada, il Kenya, il Brasile, la Croazia. Nazioni che hanno territori sconfinati: soltanto Rio e San Paolo insieme, per dire, fanno quasi il nostro territorio. Ma soldi, potenza e bacino di praticanti non bastano, se non sono accompagnati dall’amore per lo sport, dalla passione, dalla tradizione che solo noi abbiamo. Un prodotto di nicchia, se vogliamo, ma unico al mondo. Come l’olio, come il vino.

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