Gioco
Cinque tonnellate di cibo in discarica, ma con la nuova legge cambiare si può
Un viaggio alla Caritas di Livorno, dove tra code lunghe si lotta contro la data di scadenza dei prodotti. Uno spreco che ci costa 12 miliardi di euro l'anno. L’obiettivo è raddoppiare la raccolta alimentare
LIVORNO. Il forno è acceso di prima mattina e dal fondo dei pentoloni iniziano a salire le prime bolle. Di lì a poco andrà buttata la pasta; le cuoche sudano nel viavai di una giornata d'estate davanti ai fornelli. Fuori dal refettorio si forma un primo capannello di disperati e dalla chiesa partono i rintocchi: è ora di pranzo.
Siamo in un giovedì d'agosto ma potrebbe essere un qualsiasi giorno dell'anno perché - che ci sia acqua o sole - alla mensa Caritas in via delle Cateratte a Livorno c’è sempre da mettere davanti ad un piatto almeno 40 persone (circa il 60 per cento stranieri, il resto italiani) e non si guarda al cielo.
«In capo ad un anno tra questa stanza a due passi dal porto e le altre strutture sparse in città verranno distribuiti oltre 65mila pasti (dati 2015)», ci spiega Andrea Raspanti di Caritas. Oltre sessantamila piatti che diventano milioni di portate se moltiplichiamo per tutte le onlus - ognuna per sé, con le sue convenzioni - che operano dalle Apuane all'Amiata. Ecco i numeri di chi non ce la fa più, neanche a mangiare, in Toscana.
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LE ECCEDENZE. È una corsa contro il tempo. Anzi contro la data di scadenza e verso il buon cuore di chi al cassonetto preferisce la donazione di ciò che gli avanza. Perché tutti gli ingredienti che ogni giorno compongono quel "piatto per i poveri" vanno intercettati prima che finiscano nella spazzatura. Per tante ragioni: perché si avvicina la data di scadenza sulle confezioni, perché il pane s'indurisce, perché si danneggiano gli imballi o frutta e verdura non raggiungono dimensioni utili alla commercializzazione.
UN CONTROSENSO. Ecco la genesi di uno dei paradossi del nostro tempo: dove il numero delle famiglie che vivono in povertà (secondo l'Istat il 6,1%, una su sedici) cresce di pari passo con quello della merce che dagli scaffali dei supermercati vola nelle discariche (circa la metà del totale secondo il Politecnico di Milano e la Fondazione banco alimentare).
Tra prodotti da banco e piatti caldi ce ne sarebbe per mandare avanti un esercito eppure troppe bocche restano asciutte e in capo ad un anno con oltre 5 milioni e mezzo di tonnellate cibo commestibile che se ne va al macero bruciando circa 12 miliardi di euro. E allora si spiegano anche le istantanee che trasformano i cassonetti nell'ultimo discount dove il prezzo si paga in dignità.
LA LEGGE. A colmare un vuoto normativo ci penserà la legge contro gli sprechi alimentari che ha avuto l'ultimo passaggio in Senato pochi giorni fa. Incentivi economici, sgravi fiscali, sconti sulla Tari, maglie più larghe per aprire alla donazione saranno il motore con cui la Fondazione banco alimentare tenterà di raddoppiare le tonnellate di cibo raccolte e distribuite e svuotare le discariche. «Dalle 500mila tonnellate di oggi contiamo ad arrivare al milione nel giro dei prossimi anni», commenta Marco Lucchini, direttore generale della fondazione.
LA RACCOLTA. Intanto, in ogni città, auto e furgoncini si muovono dalle prime luci per recuperare le eccedenze e le onlus vanno avanti con le convenzioni che hanno stipulato già da anni con la grande distribuzione.
La sola Unicoop Tirreno al 2015 aveva 50 convenzioni attive in Toscana (oltre 3 milioni di prodotti distribuiti su tutto il territorio servito). Una di queste convenzioni è stata ratificata proprio con la Caritas di Livorno. «Ogni giorno riusciamo a recuperare tra l'Ipercoop e il centro del Levante almeno venti casse di prodotti a breve scadenza», spiega Simone Picchi, coordinatore per la raccolta di Caritas Livorno.
Dentro ci può essere di tutto, dipende dalla sorte: si va dai prodotti che erano nel banco frigo a quelli già cotti in gastronomia. La merce viene caricata su uno dei tre mezzi che girano in città e poi arriva alla mensa dove le cuoche la trasformano in piatti finiti nel giro di poche ore.
A TAVOLA. È un giovedì d'agosto ma potrebbe essere un qualsiasi giorno dell'anno in via delle Cateratte. Dalla chiesa partono i rintocchi e i primi avventori trascinano le gambe e le loro storie in mensa in cerca di un pasto. Oggi, il menù è ricco, si può scegliere. Ci sono la pasta al forno, quella col sugo ai peperoni e quella all'olio. Ci sono gli gnocchi e il secondo: frittatina, tonno, pollo e verdure. Non manca nemmeno il dolce. È un menù di riciclo perché ogni prodotto è stato salvato dal cassonetto.
Pasta e condimenti arrivano dalla grande distribuzione e dalle collette, carne e pesce dalle 27 attività (macellerie e pescherie al mercato centrale) che ogni donano le eccedenze. Poi ci sono il pane (5 attività convenzionate) donato dai forni cittadini («un negozio ce ne regala fino a 60 chili al giorno», racconta Picchi) e almeno duecento paste che arrivano da 8 bar cittadini. Quando capita arriva pure il gelato.
LO SPRECO. Eppure qualcosa non torna: a Livorno vivono 160mila persone. Ad ogni angolo spuntano bar, ristoranti, supermercati, pizzerie. Ma sono solo 51 le attività convenzionate con Caritas e poche decine lavorano con le altre onlus cittadine.
Facile intuire dove vada il grosso delle eccedenze quando i pubblici esercizi calano la saracinesca: tra i rifiuti. Che diventano un monte di spazzatura considerando tutte le altre città toscane. Senza contare che il vero spreco non cresce nelle attività commerciali ma all'ombra della dispensa o nel frigo di casa con ogni famiglia che manda in discarica circa 7 euro per 650 grammi di cibo a settimana (rapporto Waste Watcher 2015).
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