Lutto
Migranti, Gabrielli: "Non si fermano con la forza e resteranno qui"
Il capo della Polizia Gabrielli e la chiusura delle frontiere «Rimpatri spesso impraticabili, il fenomeno va gestito»
MARINA DI PIETRASANTA. «I migranti sono qui per rimanere, non è un problema da gestire con misure di polizia: o li gestiamo come una risorsa per un paese che invecchia oppure lasciamo che il problema ci sovrasti». Al fresco della pineta di Pietrasanta, al Festival La Versiliana, rivendica un atteggiamento pragmatico il capo della polizia Franco Gabrielli quando il direttore del Tirreno Roberto Bernabò gli chiede conto dei numeri di richiedenti asilo che continuano a crescere. E lo esplicita con numeri ed esempi, che si parli di terrorismo, accoglienza o prevenzione. «Il 75% delle persone presenti nel nostro paese sono migranti economici, con la chiusura delle frontiere dei Paesi che fanno da cornice all'Italia, come l'Austria, sono destinati a rimanere: dobbiamo imparare la gestione dei flussi indirizzando le risorse laddove servono».
In questi giorni però Milano è alle prese con numeri ingestibili, mancano le strutture. Cosa allunga i tempi di permanenza in Italia: i ricorsi alle domande di asilo, i tempi lenti delle commissioni?
«Dal mio osservatorio la situazione è più complessa. A volte si creano sacche nei luoghi dove c'è più generosità nell'accogliere perché altrove vengono respinti. Non va dimenticato che tra confini chiusi e il regolamento di Dublino che costringe i migranti a rimanere nel paese dove per primi sono stati identificati i nostri numeri aumentano molto. Siamo un paese di approdo».
Quindi il modello dell'accoglienza diffusa, che coinvolge tutti i comuni dei vari territori, pare piacerle. Cosa dice a quei sindaci che annunciano che nei loro comuni non accoglieranno nessun migrante?
«Fare il sindaco oggi non è semplice, sono i primi avamposti in una situazione di crisi. Non mi permetto di dire cosa fare a chi prende determinate decisioni. Vero è che quando alcuni non si fanno carico di un problema, lo stesso viene scaricato sulle spalle di altri. Un circolo vizioso che il buon senso può contribuire a fermare».
I numeri, per quanto in crescita, non sembrano poi così enormi. Meno di 150.000 persone in tutta Italia nel sistema di accoglienza. C'è però l'impressione che si parli di qualcosa di ben più grande.
«Sì, ma a questi vanno sommati tutti quelli che sono in una condizione di clandestinità, che sono il doppio di quelli in una situazione legale. Chiaro che i territori avvertono il peso di tutta questa pressione, ancora più difficile da gestire. Bisognerebbe forse adeguare il nostro quadro normativo e i parametri con cui giudichiamo le cose alla situazione attuale».
In che senso?
«Penso alla situazione dei minori non accompagnati, più di quindicimila in tutta Italia. Solo che nelle case famiglia non si possono ospitare più di otto alla volta per capire tutte le difficoltà del sistema. Noi, nel nostro sistema legislativo, concepiamo come adulto chi ha raggiunto il diciottesimo anno d'età. Bisogna riconoscere che questi però sono adulti, giovani uomini perlopiù che hanno un grado di autonomia differente e più sviluppato».
I rimpatri sono una soluzione?
«Non credo. Ci sono zone grigie, come i migranti provenienti da Etiopia e Eritrea. I secondi hanno diritto all'asilo, i primi no. Ma è difficile risalire con certezza alle aree di provenienza, capire come trattare e dove rimpatriare chi viene da zone di confine».
[[atex:gelocal:il-tirreno:site:1.13953849:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.13953849:1652387552/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]
C'è chi parla di una correlazione tra terrorismo e immigrazione: è una semplificazione di certa politica e stampa?
«Io escludo una sovrapposizione delle due figure, anche se qualche caso potrà pure esserci. Io vorrei piuttosto che ci preoccupassimo di affrontare a livello europeo il problema delle migrazioni, magari creando le condizioni per far sì che i migranti rimangano nei paesi di provenienza».
E dunque in Italia come si agisce, mettendo sotto controllo le moschee?
«Oggi la radicalizzazione avviene più sul web che altrove. Un tempo monitorando le moschee si aveva il polso della situazione, s'individuavano i pericolosi. Bisogna considerare che il terrorismo ha presa nelle situazioni di marginalizzazione, è una risposta esistenziale che alcuni trovano in una visione distorta delle religione».
Le comunità islamiche cooperano con la polizia, vi arrivano le segnalazioni di ambiguità e rischi?
«Io mi rifaccio all'esperienza del terrorismo rosso nel nostro paese, che fu sconfitto prima che sul piano militare su quello culturale, quando certa sinistra capì che non erano compagni che sbagliavano ma un pericolo per tutti. Con le dovute differenze, questo deve avvenire anche nel mondo islamico. Comincia a esserci qualche segnale, non abbastanza comunque. Un passaggio culturale ha bisogno di tempo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
