Sicurezza
In cerca di soluzioni tra alloggi inagibili ed edifici in rovina
Dagli appartamenti di Pisa con le porte troppo strette all’ex colonia di Pietrasanta bloccata dalla burocrazia
Ci sono 11 case popolari a Pisa che aspettano di essere completate. Da 31 anni. Forse non verranno mai finite. Per il Comune sarebbe il male minore, non ultimare il restauro del complesso della “Mattonaia”, nel centro della città. Non tanto perché dovrebbe spendere ancora 1,8 milioni, oltre ai tre già spesi, per completare il recupero dell’ex chiostro bombardato. Il fatto è che dovrebbe spiegare perché in queste case potrebbe piazzare solo inquilini agili, giovani e magri. Le porte dei bagni, infatti, sono larghe 70-80 centimetri e se sei grasso non ci passi, ammette Andrea Serfogli, assessore al patrimonio del Comune di Pisa.
UN MILIARDO CHE NON C’È
Proprio quello che serve alla Toscana sotto scacco per l’emergenza abitativa: 25mila famiglie in lista di attesa per un alloggio popolare; 100 milioni di investimento della Regione per costruirne appena 1.300. Una proporzione matematica ci dice che per costruire metà degli alloggi sufficienti al nuovo fabbisogno - 13mila case - servirebbe un miliardo. Una cifra inarrivabile. Anche se sempre più bassa - ammette la Regione - che ristrutturare gli edifici vecchi: «Bisogna vedere come sono suddivisi al’interno, le destinazioni originali, cosa serve per metterli a norma». Spesso la spesa non vale l’impresa, considerando che l’edilizia popolare, al nuovo, costa, al massimo 1.300 euro al metro quadro.
ALLOGGI SOLO PER MAGRI
E NON DISABILI
Eppure a Pisa, in questa situazione di difficoltà, costruiscono le case popolari per inquilini agili e magri. Ma questo non è neppure il peggio che ti possa capitare a entrare negli appartamenti della Mattonaia, ormai tutti fuori misura rispetto alle esigenze dell’edilizia popolare: si va da un minimo di 67 a un massimo di 129 metri quadrati, di vani irregolari. Il problema è che sono accessibili «tramite scale a chiocciola. Proprio così: sono pieni di barriere architettoniche», conferma Sermonti. Quindi anche difficili da assegnare, perché, come immobili di pubblica proprietà, di nuova costruzione, non rispettano le leggi sull’accessibilità. «Senza parlare dei problemi di illuminazione», aggiunge Serfogli. Un motivo, del resto, ci sarà se il Comune di Pisa dal 2005-2006 non ha trovato un acquirente per questo edificio, nonostante in pochi anni sia riuscito a vendere immobili per circa 50 milioni «abbattendo il debito di bilancio», snocciola Sermonti. Infatti non ha quasi più nulla di cui disfarsi. E neppure da trasformare in case popolari. Infatti la nuova operazione di contrasto all’emergenza abitativa sarà costruire nuovi alloggi al quartiere “Ai Passi”, con un finanziamento europeo: «Costruire queste nuove case - osserva Serfogli - ci costerà meno che finire la ristrutturazione della Mattonaia».
COLONIA ESTIVA SENZA PACE
Che potrebbe sembrare un caso limite. Ma non lo è. Basta spostarsi di pochi chilometri, in Versilia, a Pietrasanta, lungo viale Apua che collega il capoluogo con il mare. Qui c’è la ex colonia estiva Laveno: negli anni Novanta il Comune la vendette all’Asl. Poi negli anni Duemila il Comune ha accolto la richiesta della Regione per trasformare l’edificio in un albergo, ma ora di nuovo l’Asl vorrebbe una destinazione sanitaria, per una residenza per anziani o qualcosa di simile.
Intanto, però, l’edificio resta chiuso, va in malora. Non ha compratori e nessuno pensa a trasformarlo in case popolari.Nessun immobile sanitario, in realtà, per quanto chiuso, anche da decenni, avrà questa destinazione: la Regione spiega che gli immobili dismessi verranno venduti e il ricavato sarà impiegato per investimenti sanitari, dall’acquisto di macchinari, al saldo della costruzione dei nuovi ospedali.
CACCIA AI FONDI EUROPEI
La speranza è da riporre negli immobili (in rovina) dei Comuni. Che, però, sono senza soldi. E possono solo sperare nei finanziamenti dello Stato o dell’Europa. È quello che accade, ad esempio, a Empoli: grazie ai fondi Piu (Piani innovazione urbana) il Comune potrà costruire, fra l’altro, una Casa della Salute e un “condominio solidale” per 24-28 persone, giovani coppie e anziani, al posto dell’ex Sert, chiuso da non meno di quattro anni. Fallito il tentativo di vendita, ora si pensa alla riconversione, ma fra progettazione e realizzazione passeranno non meno di due anni prima di avere le case disponibili, se tutto andrà bene.
DECENNI PER UNA DECISIONE
Un tempo che, tutto sommato, non sembra così lungo se si pensa ai quasi venti anni impiegati dal Comune di Lucca per decidere cosa fare dell’ex Oleificio Borella, complesso immobiliare da quasi 5mila metri quadrati in via Orzali, in zona Macelli, non dalle Mura. Oggi, spiega Antonio Sichi, assessore al Patrimonio del Comune, «abbiamo concordato con il ministero dell’Interno un progetto per la realizzare case per le forze dell’ordine e alloggi popolari. Una volta esaurita la domanda delle forze dell’ordine, gli appartamenti rimasti verranno assegnati a chi è in graduatoria per un alloggio popolare». Il paradosso è che i 30-40 alloggi verranno pagati con un finanziamento del 1991 destinato, in origine, a Viareggio e a Pietrasanta: i due Comuni non l’hanno utilizzato. Nel 2004, 13 anni dopo, un decreto Milleproroghe lo ha ripescato e destinato ai capoluoghi di provincia con immobili da recuperare. Ed ecco che Lucca tira fuori dal cilindro l’ex Oleificio Borella che giusto l’anno prima aveva rischiato di diventare la sede locale dell’Arpat.
La burocrazia, poi, aveva avuto la meglio e anche questa operazione era saltata. Come poi è saltata la vendita successiva nel 2009 (a 2 milioni e 750mila euro) e nel 2010 il tentativo di trasformarlo nella sede dell’Asl. Una specia di gioco dell’oca che poi riporta il Comune al punto di partenza: le case popolari miste a quelle delle forze dell’ordine. Resta l’incognita di quando saranno pronte. Il finanziamento non dipende dal Comune, però. «Da noi dipende la variante urbanistica che è in dirittura d’arrivo», assicura Sichi. Che un primato, però, lo vanta: riassegnazione a tempo di record delle case popolari riconsegnate al Comune.
MEGLIO LA SCUOLA DI MUSICA
Anche questo è un modo per ovviare alla carenza di case, in una regione dove non hanno funzionato neppure soluzioni alternative come quella tentata a Grosseto dalla passata giunta: consentire di trasformare le Rta (residenze turistico-alberghiere) in appartamenti, in cambio di una quota di alloggi da regalare al Comune per l’edilizia popolare. L’esperimento non ha funzionato, ma Grosseto non ha progetti per trasformare edifici pubblici in case popolari: «Noi abbiamo pochi immobili vuoti. Il più importanti è il complesso Garibaldi - spiega Riccardo Megale, assessore al patrimonio - ma per trasformarlo in un condominio dovrebbe essere svuotato e ricostruito. Un intervento troppo costoso. Perciò stiamo pensando di usarlo come sede dell’acquedotto del Fiora. E anche come sede di una scuola di musica».
L’EMERGENZA DI PRATO
Invece, qualche appartamento lo costruirà Prato in centro città. Sono alloggi parcheggio, per situazioni di emergenza, da realizzare in un paio di edifici pubblici in via Roma, con circa 600mila euro. Ma non risolvono l’emergenza: «Noi abbiamo più abitanti di Livorno - conclude l’assessore Valerio Barberi - e assai meno case popolari. In compenso, abbiamo 2mila persone in lista di attesa: coi nuovi bandi riusciremo a dare risposte al 10% di queste richieste. Se avessimo anche solo la metà delle case popolari di Livorno (circa 4mila) ne avremmo d’avanzo. Invece siamo nei problemi».
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