Sicurezza
Morta bruciata dall'ex, al rogo come una strega per marcare il possesso - Il commento
C’è una tendenza diffusa, che accomuna storie diversissime, travalicando sesso, etnie, radici culturali: l’esercizio della brutalità come alternativa alla parola, per calpestare, anziché rendere giustizia all’altro
Cosparsa di liquido infiammabile e poi data alle fiamme. Come un cumulo di rifiuti di cui disfarsi velocemente. Come “roba”, verghianamente intesa, da distruggere con quel fuoco che, nei primi anni dell’impero bizantino, veniva scelto quale condanna per gli zoroastriani e che nel mondo cristiano venne a lungo sfruttato per punire l’eresia e sterminare le “streghe”: in tre secoli, stando alle stime degli storici, ne furono cancellate nove milioni, bambine comprese, colpevoli di “mandare a male l’uva delle vigne” e di far soffocare “prati, pascoli, biada e grano”.
Se esistesse una versione moderna del Malleus Maleficorum, il manuale del perfetto inquisitore, avrebbe più pagine di un’enciclopedia Treccani, perché per finire in un rogo metropolitano, oggi basta molto meno che impedire agli uomini di procreare e alle donne di concepire. È sufficiente uno sguardo non dato, una parola non detta o, peggio, pronunciata con forza, inaspettatamente, a siglare un rifiuto, un distacco, semplicemente, a rivendicare l’esercizio della propria autonomia decisionale e della propria libertà di pensiero.
L’io penso, dunque esisto e pertanto decido, è sempre più frequentemente il motore di un copione che si ripete, osceno nella sua crudezza, sui palcoscenici delle nostre città, al centro e nelle periferie, tra condomini deluxe e baracche.
Vania Vannucchi, Sara Di Pietrantonio, Carla Ilenia Caiazzo: la lista degli orrori è lunghissima. Riavvolgendo il nastro, le loro storie non sono poi così lontane da quelle di Lucrezia di cui ci parla Livio nel suo Ab Urbe Condita, o di Ponzia Postumia degli Annales di Tacito.
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Tanto basta a chiarire un punto: non sono vittime di un medievalismo di ritorno, ma di una carneficina che, nei secoli, non si è mai interrotta, quasi rimbombasse come un mantra sotterraneo il monito del fondatore della teologia occidentale Tertulliano: “Tutte voi donne siete Eva. Siete il cancello dell’inferno”.
E così sia: lo sfregio alla libertà individuale si rinnova, giorno dopo giorno, fedele ai secoli e a una storia che né il logos platoniano e le sue evoluzioni, né le normative giuridiche, hanno saputo reindirizzare su altri binari.
Ma non è (solo) un discorso di genere, di vittime al femminile interiorizzate come involucri di cui disporre e all’occorrenza ciarpame di cui liberarsi, sull’onda di una ferocia impotente che necessita dell’efferatezza per marcare la superiorità del possesso.
C’è una tendenza diffusa, che accomuna storie diversissime, travalicando sesso, etnie, radici culturali: l’esercizio della brutalità come alternativa alla parola, per calpestare, anziché rendere giustizia all’altro.
E a questa pratica ci si è straordinariamente assuefatti, galleggiando in una narcosi dove il razzismo dilagante – inteso, come ci invitava a fare Lacan, in quanto odio nei confronti della libertà del prossimo – provoca sdegno temporaneo solo quando si esprime in forme parossistiche: la donna bruciata viva dal suo ex, il disabile preso a calci dai compagni di scuola, l’anziano torturato in un ospizio.
Al sottobosco di orrori silenziosi, spesso non denunciati, neppure ci facciamo più caso. E arrivato al capolinea il ciclo di vita della cronaca, anche l’indignazione può mettersi a riposo. In attesa della prossima intermittenza.
Ragionare in termini di confronto anziché di dominio, di accettazione dell’alterità invece che di egotismo dovrebbero essere il presupposto di quella che il filosofo francese Jacques Derrida definiva un’etica dell’ospitalità, intesa nella sua accezione più ampia.
Per una nuova forma di “dirottamento” dove la liberazione dai dispositivi percepiti quali dispotici parta proprio da quelli a cui ci siamo tristemente abituati.
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