Il Tirreno

Toscana

Quelle bombe ci fanno ancora male dopo settant’anni

Fabio Demi
Livorno, settembre 2012: bomba nel quartiere Venezia
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Livorno, settembre 2012: bomba nel quartiere Venezia

Nelle nostre città gli ordigni affiorano dal passato sepolti sin dal tempo dei raid aerei americani e inglesi

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I boati immensi. Le fiammate. Le case che crollano con disperato fragore. Il silenzio della morte, squarciato dalle urla dei feriti sotto le macerie. Il dolore dei sopravvissuti, straziati nell’anima.

Ogni volta che nelle nostre città viene trovato un residuato della seconda guerra mondiale, ultimo quello di Pistoia, ritornano alla mente immagini orrende di distruzione. Sono ormai pochi coloro che hanno vissuto quello scempio, ma sono tanti coloro che hanno ascoltato i racconti dei genitori e dei nonni, o che hanno letto qualcosa. Un capitolo tragico all’interno della madre di tutte le tragedie: la guerra 1939-1945.

Perché è così frequente che, a distanza di più di settant’anni dai bombardamenti, si trovino ancora ordigni inesplosi? Semplice: perché gli americani e gli inglesi sganciarono sulle città italiane una quantità impressionante di bombe. Si calcola che nel solo 1944 gli alleati effettuarono sull’Italia centro-settentrionale, cioè sul territorio della Repubblica sociale, controllato dai tedeschi, 4541 incursioni. Questo significa decine di migliaia di tonnellate di esplosivi. Ma i raid sistematici erano iniziati molto prima, almeno nel 1942 e, man mano che si intensificavano, riguardavano praticamente tutte le città. Pochissime si salvarono. E la Toscana fu tra le regioni più colpite.

Molte persone abbandonarono le città, bersaglio troppo facile della morte proveniente dal cielo, e si rifugiarono nelle campagne. I famosi sfollati. Lì magari non cadevano le bombe perché non c’erano obiettivi sensibili da neutralizzare, però c’erano i tedeschi. E allora, evitata la morte dal cielo per mano degli anglo-americani, poteva essere fatale l’incontro con la ferocia nazista. Una tenaglia micidiale.

I bombardamenti degli americani e degli inglesi, nella brutale logica del conflitto, possono essere considerati “normali” fino al luglio del 1943. L’Italia era un paese nemico, militarmente in grave difficoltà, dunque doveva essere martellato per accelerarne la resa. Ma il 25 luglio 1943 era caduto Mussolini e, soprattutto, l’8 settembre successivo l’Italia aveva firmato l’armistizio con gli alleati. In pratica, era virtualmente dalla stessa parte degli americani e degli inglesi. Però, e questo è il punto, i raid aerei sulle nostre città furono compiuti prevalentemente dopo l’8 settembre 1943. E furono bombardamenti a tappeto, violentissimi. Ora, va ricordato che il centro e il nord erano in mano ai tedeschi, dunque le bombe degli alleati miravano a rendere inutilizzabili le risorse strategiche italiane a disposizione dei nazisti, cioè i porti, le stazioni ferroviarie, le installazioni militari, gli insediamenti industriali e produttivi. Purtroppo però i bombardamenti non furono molto chirurgici e gli effetti collaterali sulle città furono devastanti. Gli ordigni non furono sganciati in maniera “intelligente” e, insieme agli obiettivi, colpirono indiscriminatamente le abitazioni civili, aggiungendo lutto al lutto.

Gli americani e gli inglesi venivano accolti come liberatori in città fantasma, che loro stessi avevano contribuito in larga parte a distruggere. Livorno, tanto per fare l’esempio più eclatante, subì una sessantina di raid e fu rasa al suolo per l’80%. Valga per tutte la testimonianza, raccolta in una pubblicazione commemorativa, di uno scampato al bombardamento di Pisa, che fu duramente colpita dagli americani il 31 agosto 1943: «...Tutti i pisani aspettavano la liberazione, molti erano già coloro che non si limitavano ad aspettare ma agivano contro i tedeschi e i loro servi fascisti. In ognuno era sempre più grande la speranza che le truppe degli alleati venissero, portassero il loro peso, il loro contributo alla nostra lotta, alla nostra volontà di liberazione. E quel giorno vennero, ma non come noi li volevamo, quel giorno essi macchiarono di molto sangue innocente la città che li attendeva e li attese come liberatori.

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Quelle bombe non contribuirono alla liberazione, quelle bombe fecero sì che molti cittadini allargassero le loro maledizioni. Quella giornata smobilitò molti animi nella lotta contro i fascisti...». Parole forti, riferite a un singolo, tragico evento, ma che hanno un valore generale. E peraltro, come era possibile che, in un pazzesco macello che cancellò decine di milioni di persone dalla faccia della terra e produsse gli orrori dei campi di sterminio, ci fosse qualcuno così sensibile da pensare che si poteva bombardare un po’ meno, risparmiando decine di migliaia di innocenti? Il rispetto della vita, in quegli anni, non era una priorità.

La guerra finì, le macerie vennero rimosse, si ricostruirono le città. Le aree bombardate vennero bonificate, furono recuperati numerosi ordigni inesplosi, che per anni continuarono a mietere vittime (bastava scavare o mettere il piede in un punto sbagliato, e si saltava in aria). Adesso continuano a spuntare fuori quegli strumenti di morte. Riflettiamo sul male che hanno procurato.

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di Redazione web