Il dolore
L'aggressore di Rossi è un uomo disperato, ma non un eroe
Sui social il suo gesto viene esaltato da chi lo ha eletto ad angelo vendicatore della politica disprezzata. E non interessa nemmeno se abbia ragione o no. Sono tempi malati, se le secchiate di letame prendono il posto delle parole e le urla del ragionamento
Chiariamo subito fin dalle prime righe che Giovanni Cialdini è un allevatore disperato che ha buoni motivi per esserlo ma non è un eroe. Sui social è stato eletto ad Angelo Vendicatore di tutte le bassezze della politica. Politica che - va detto - non è esente da colpe. Ma il plebiscito pro-allevatore è anche l'indice di un tempo malato che ha sostituito le secchiate alle parole e le urla al ragionamento.
Lunedì 18 giugno, a Livorno, ho intervistato il governatore Enrico Rossi sul suo saggio "Rivoluzione Socialista". Ad ascoltarlo c'erano duecento persone e fra loro anche una ventina di lavoratori a rischio licenziamento. Non erano venuti per il libro, pure assai benevolo con la working class, ma per il loro problema. Hanno aspettato in silenzio la fine dell'intervista e hanno parlato con Rossi (allego foto per gli increduli). Tre giorni fa, a Roma, è stato trovato l'accordo che mette in sicurezza il loro posto di lavoro.
A San Miniato il collega Luca Daddi è stato meno fortunato di me. Il suo interlocutore non ha avuto la pazienza di aspettare che Rossi terminasse la serata e gli ha rovesciato addosso un thermos di letame di pecora. Il giorno dopo non se ne è pentito, anzi ha rincarato. Cialdini non aprirà mai il suo macello halal perché la legge glielo vieta ma intanto è diventato l'idolo della piazza. I commenti lasciati sulla nostra pagina Facebook da centinaia di persone sono una poderosa secchiata che travolgerà tutti se non ci fermiamo un attimo a riflettere e recuperiamo la "buona politica": quella che ha permesso ai lavoratori della Fratelli Elia di Livorno di salvare posto e stipendio con il dialogo, la tenacia, la lotta.
Il punto è che Cialdini appare come colui che ha vendicato il popolo, ha fatto assaggiare al politico di turno quello che ciascuno sperimenta ogni giorno, «questo è un atto di condivisione della merda quotidiana in cui si dibatte l'italiano comune» plaude infatti Elena Pulidori. Tradotto: nel letame ci avete messi e ora sguazzateci un po' anche voi, cari politici. O per esser più espliciti: merda chiama merda.
A tanti non interessa il merito della questione, se cioè l'allevatore avesse ragione o torto. Interessa solo il gesto: liberatorio, definitivo, inappellabile, che risponde alla pulsione collettiva di inzaccherarli tutti, dal primo all'ultimo.
Un tempo ci si riguardava anche solo a pronunciarla, quella parola, confinata nelle stalle e nei cortei politici. Le finezze di un Amintore Fanfani (che diceva «Chi la fa la copra») hanno lasciato il passo alle ruvidezze di Alessandro Di Battista, che solo cinque giorni fa ad Abano Terme urlava: «Liberiamoci di questo letame politico». E' stato in qualche modo accontentato.
Peppino Caldarola scrive che questo è il tempo degli incendiari, cominciato con Funari e Sgarbi «uomini di talento che si sono sprecati con parole atroci» e proseguito con Bossi, Grillo e Salvini. Il tempo dove anche l'irresponsabile è lecito pur di conquistare una ribalta. E il nostro allevatore dice apertamente che cercava il palcoscenico: «Parlare con Rossi dopo non era possibile perché poi la gente se ne va...».
Napoleone diceva che «le rivoluzioni sono paragonabili ai letami: i più ributtanti promuovono la crescita dei più bei vegetali». Vogliamo sperare che dal letame non nascano solo fiori (De Andrè) ma una politica che non incattivisca i cittadini, come è successo troppo spesso. Quella secchiata è anche un monito.
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