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Toscana

Ma per i pastai «la qualità è troppo bassa»

Ma per i pastai «la qualità è troppo bassa»

Per i produttori il “made in Italy” non è all’altezza ed è poco. L’assessore Remaschi: «Fare rete»

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LIVORNO. Le posizioni non potrebbero essere più distanti tra pastai e agricoltori: questi ultimi attestati su una posizione che si potrebbe definire protezionista, molto incentrata sulla difesa del made in Italy del grano italiano. E i secondi che sottolinenano «l’inadeguatezza qualitativa e quantitativa del sistema produttivo del grano duro nel nostro Paese» perché un buon prodotto fatto in Italia ha bisogno di un buon grano, a prescindere della provenienza. «E poi non è che il grano italiano rimanga invenduto - chiarisce Riccardo Felicetti, presidente dell’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane - lo compriamo tutto noi in ogni caso. Solo che copre il 60% del nostro fabbisogno e una parte della produzione è ben al di sotto degli standard qualitativi previsti e siamo costretti a miscelarlo con grano di altra provenienza per fare il prodotto di qualità che i consumatori ci chiedono».

Ed è proprio su questo che le due parti non si incontrano, e non ci potrebbe essere problema più preoccupante per un settore dove produttori della materia prima e chi la lavora e commercializza dovrebbero avere uno stretto grado di interdipendenza. I produttori peraltro non sono contrari all’idea di etichettare la provenienza, a patto che venga fatto seguendo certe regole. Per Felicetti «occorre pragmatismo, il grano italiano che compriamo da ogni regione ha caratteristiche differenti e occorre miscelarlo con qualità di diversa provenienza per rispettare gli standard. Bisogna semplicemente trovare un modo per non cambiare etichetta a ogni pacco di pasta che esce dalle aziende».

Quest’anno il prezzo del grano duro si è praticamente dimezzato ma per le associazioni agricole l’aumento della produzione non è stato tale da giustificare la dinamica. «Altroché - nega Felicetti - quest’anno il raccolto è stato meravigliosamente abbondante, seppure sempre deficitario in quanto a quantità. Il punto è che le associazioni puntano al battage mediatico invece di preoccuparsi, negli anni, di trovare come stoccare il grano in più. Chiaro che adesso non conviene vendere, ma è una situazione eccezionale che durerà poco. Nessuna combutta con i produttori esteri, noi programmiamo per tempo, di certo non ci svegliamo la mattina scoprendo di avere il frigo vuoto e facciamo spesa di emergenza».

L’assessore regionale all’Agricoltura Marco Remaschi si dice preocccupato: «Abbiamo preso una determinazione per mettere qualche risorsa finanziaria, poche purtroppo, per dare un segnale alle filiere in difficoltà: cerealicoltura e zootecnica. Sono 38 milioni di euro, l’intenzione però è di arrivare a chiudere la filiera».

In pratica fare squadra, mettere insieme la produzione, la trasformazione e fare un prodotto tutto interno alla Toscana. «Dobbiamo scongiurare il rischio di un ulteriore abbandono delle campagne e di altri terreni incolti, facendo reti d’impresa e mettendo tutti attorno a un tavolo per trovare soluzioni comuni. Questa situazione di prezzi bassi non è più sopportabile dai produttori della materia prima». (l.d.)

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