Il Tirreno

Toscana

Grano, prezzi a fondo e aziende in difficoltà

di Libero Dolce
Grano, prezzi a fondo e aziende in difficoltà

Manifestazioni della Cia contro le speculazioni internazionali

4 MINUTI DI LETTURA





LIVORNO. Riempire le tavole degli altri con il rischio di non avere nulla con cui imbandire la propria. Si trovano di fronte a questo paradosso gli agricoltori, schiacchiati dal crollo dei prezzi del grano che rischia di mettere a serio rischio la sopravvivenza di non poche aziende toscane e italiane. Il prezzo del grano duro, tra il 2015 e il 2016, ha subìto una contrazione del 40%; più lieve il calo del grano tenero, che si attesta su prezzi più bassi del 20%, perdita che comunque pesa sui bilanci delle aziende agricole che devono investire ogni anno in semina, salari, manutenzione e innovazione tecnologica.

Per questa ragione già da qualche giorno le associazioni di categoria degli imprenditori agricoli stanno portando avanti campagne di protesta con manifestazioni in tutta Italia. Ieri la Cia (Confederazione italiana agricoltori) ha scelto Grosseto per una chiamata a raccolta dei suoi iscritti. La provincia grossetana, dopo Siena, è la prima per coltivazioni cerealicole in Toscana. Subito dietro Pisa, per un totale in tutto il territorio di più di 110mila ettari di terreno dedicato alla coltura del grano per l’alimentazione. Di questi 90mila circa sono coltivati a grano duro.

I fattori che spingono i prezzi verso il basso, a detta degli agricoltori, sono esogeni. Vanno cioè cercati fuori dalle aziende. «Il prezzo è crollato prima che iniziasse la fase di raccolta- spiega il direttore di Cia Toscana Giordano Pascucci - che comincia verso metà o fine di giugno e in questo periodo finisce. Il prezzo ha cominciato ad andare giù a fine maggio, primi di giugno. In questi giorni, incredibilmente, sta andando ancora più giù: fino a qualche settimana fa eravamo attorno ai 18 euro al quintale, ora si è arrivati quasi a quindici». Per permettersi un caffè, insomma, un produttore deve vendere sei chili di prodotto.

A guardare i listini stilati dalla Camera di Commercio di Firenze si fa presto a vedere la parabola discendente che svuota il portafoglio di chi vende all’ingrosso. A gennaio 2016 un quintale di grano duro è quotata tra 222 e 225 euro alla tonnellata, che scendono di una decina di euro a fine maggio per arrivare ai 160 euro dell’ultimo listino di luglio. Nello stesso periodo, lo scorso anno, il grano duro era quotato 280 euro alla tonnellata. In dodici mesi sulla stessa quantità prodotta gli imprenditori agricoli hanno perso 120 euro.

Da Cia fanno sapere che c’è stato un lieve incremento della produzione quest’anno, «non abbastanza da giustificare un tracollo così violento» spiega Pascucci.

Per giustificarlo le associazioni di categoria, Coldiretti compresa, sono unanimi nell’individuare la responsabilità prima nella speculazione che avviene nel commercio internazionale sul grano. «Sui cereali viene fatta una manovra di stoccaggio, specie dai grandi produttori stranieri», sostiene Andrea Pruneti, di Coldiretti Toscana. «Vuol dire che puntualmente - specifica - in concomitanza con il periodo della raccolta, c’è un’aggregazione di grosse produzioni e qualche volta si gioca sul prezzo mettendole in commercio tutte insieme. Così crolla il prezzo anche della produzione italiana. Non è il primo anno che al momento del raccolto arrivano nei porti italiani le navi con grandi quantità di grano estero, dall’Est europa o di là dall’Atlantico».

In condizioni di mercato aperto però questo non è in alcun modo vietato, e chi si occupa della lavorazione o realizzazione del prodotto finale non ha ovviamente vincoli su dove e da chi acquistare il prodotto grezzo. Peraltro in questa fase intermedia si inseriscono degli agenti mediatori, il cui compito è proprio quello di favorire l’incontro tra la domanda e l’offerta, senza aggiungere alcunché al prodotto lavorato. Chiaramente ricavano un guadagno, ma non è tale da giustificare rialzi di questo tipo.

Le associazioni di produttori agricoli insistono molto sulla tracciabilità del prodotto e l’indicazione sull’etichetta del Paese di provenienza e dell’anno di produzione. «Se la conservazione non è fatta bene- sostiene Pruneti - ci sono dei rischi seri. I produttori tagliano il prodotto italiano con quello straniero, per raggiungere gli standard sulle proteine. Nessuno spiega quanta parte di uno o dell’altro siano presenti nel prodotto finale, è giusto che il consumatore lo sappia». La speranza è che si generi un meccanismo virtuoso, innescato proprio da chi sceglie i prodtti sugli scaffali. «Chiaro che poi i prodotti italiani potrebbero costare di più - ammette Pruneti - ma da consumatore io farei questa scelta. Se il grano diventa un prodotto con una sua riconoscibile provenienza e caratterizzazione, allora una parte del potere contrattuale torna a spostarsi verso chi è il produttore primario, adesso in balìa del mercato»

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Attenzione

Ritiro urgente nei supermercati Conad di albume d’uovo per rischio salmonella

di Redazione web