Sicurezza
Lavorare da "scaffalista", «cinque anni di pressioni e ricatti»
La testimonianza di Francesca, assunta a 21 anni: "Salario basso e clima invivibile". La vita impossibile di una veterana della grande distribuzione
«Altro che lavoro momentaneo, io l'ho fatto per cinque anni e sono uscita in preda agli attacchi di panico». Francesca tra transpallet, scatoloni imballati e pacchi di pasta ci ha passato i migliori anni della sua vita. La scuola non l'ha finita e dai 21 ai 26 le sue spese le pagava con le fatiche notturne tra gli scaffali di una delle più grandi catene della grande distribuzione italiana. Pensare che al primo colloquio l'avevano scartata. «Stretta di mano troppo debole», le spiegarono poi. Lei si era presentata all'ingresso, come le avevano suggerito. «Qualche mese dopo cambiarono responsabile, mi ripresentai e fui presa. Chissà, forse strinsi più forte», scherza Francesca.
Le condizioni del contratto simili, per non dire uguali, a quelle dei colleghi in tutta Italia. Sei giorni lavorativi, un giorno di riposo, turni notturni di cinque o sei ore. «Nella pratica capitava che una settimana non ti fermavi mai e quella dopo magari stavi fermo due giorni». A fine mese un salario compreso tra i 500 e i 700 euro. Il primo anno nemmeno un giorno di ferie, tutto filato. «Non è che non si potessero fare, solo che ti facevano pressioni: lasci i tuoi colleghi da soli, c'è da fare», spiega Francesca.
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Assunta da cooperative che a fine anno licenziano tutti, cambiano nome e riassumono le persone. «Negli ultimi tempi - spiega il sindacalista Usb Diego Perez - cercano anche di non fare contratti più lunghi di 36 mesi, perché altrimenti dovrebbero assumere per via delle regole stabilite dal Jobs Act». Dopo tre anni di questa vita Francesca vuole tornare a scuola, al serale. Chiede alla responsabile che sembra d'accordo, due sere a settimana sarà tra i banchi e non tra gli scaffali. O entrerà un'ora dopo. L'accordo trovato però salta, perché, dice Francesca, «la responsabile cambiò idea senza una ragione. E cominciò a farmi la guerra». A colpi di pacchi di pasta da sistemare, tra le merci più faticose. E poi turni che saltano, giorni di riposo continui. Perché chi resta a casa non guadagna. E organizzarsi è troppo difficile per chi deve portare a casa qualcosa e non ha difese.
Dopo quattro giorni di riposo obbligato Francesca torna al lavoro dai colleghi che la credevano in ferie. Da quel giorno Francesca decide di non poter sopportare oltre e comincia a battagliare: vuole sapere in tempo i suoi riposi, difende i suoi colleghi. Viene lasciata a casa, nonostante rispetti la "media cantiere", cioè i colli scaricati nelle corsie: più hai la media alta, più lavori. Finirà con un accordo con l’azienda, licenziandosi a gennaio di quest’anno. E una nuova vita, più tranquilla, a finire la scuola e alla ricerca di un lavoro dove il ricatto non sia all’ordine del giorno .
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