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Il caso Reynolds Castile: le responsabilità e i poteri di condividere la morte in diretta

Andrea Iannuzzi
Diamond Reynolds insieme allo zio di Philando Castile, il suo compagno ucciso dalla polizia
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Diamond Reynolds insieme allo zio di Philando Castile, il suo compagno ucciso dalla polizia

La diretta via Facebook Live con la quale Diamond Reynolds, giovane donna afroamericana del Minnesota, testimonia in modalità selfie l’agonia del fidanzato Philando Castile colpito a morte da un agente di polizia, è la presa di coscienza collettiva di un fenomeno planetario, la cui scala è misurabile nell’ordine di grandezza del miliardo abbondante di esseri umani iscritti a Facebook

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Migliaia di videocamere sparse ai quattro angoli del pianeta in grado di riprendere e trasmettere in diretta senza filtro tutto ciò che il loro occhio elettronico riesce a catturare e rilanciare su milioni di schermi ad esso collegati. E’ uno scenario che soltanto un paio d’anni fa apparteneva alla fiction di “The Circle” – il romanzo distopico di Dave Eggers che proietta la Silicon Valley in un futuro di tecnologia invasiva, un patto diabolico di scambio tra vita semplificata e rinuncia estrema alla privacy, fino al rovesciamento di costi e benefici – e che oggi è diventato realtà.

Per accorgercene avevamo bisogno di un evento rivelatore, ma non ci siamo arrivati all’improvviso né per caso. La diretta via Facebook Live con la quale Diamond Reynolds, giovane donna afroamericana del Minnesota, testimonia in modalità selfie l’agonia del fidanzato Philando Castile colpito a morte da un agente di polizia, è la presa di coscienza collettiva di un fenomeno planetario, la cui scala è misurabile nell’ordine di grandezza del miliardo abbondante di essere umani iscritti a Facebook, “il” social network per antonomasia, punto di fusione delle nostre relazioni in un flusso che non distingue più – perché non ha senso farlo – la cosiddetta vita reale da quella filtrata attraverso i pixel di uno schermo.

La parola chiave di questo scorcio di millennio è condivisione: se la prima, lucida reazione di quella donna coinvolta in un episodio così tragico è stata prendere lo smartphone, connettersi a Facebook, avviare la modalità diretta e descrivere quasi con freddezza da cronista ciò che stava accadendo in quell’auto, con il suo uomo sanguinante e una bambina di 4 anni seduta sul sedile posteriore, significa forse che – come recita il testo tutt’altro che banale della canzone tormentone dell’estate – è più importante condividere che vivere, laddove il verbo condividere, declinato all’imperativo, ha perso il proprio significato originale legato a un gesto di solidarietà per trasformarsi in un atto di partecipazione obbligata.

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Al di là delle ragioni che l’hanno spinta a compiere quel gesto, del valore giornalistico e investigativo di una testimonianza immediata (nel senso di istantanea ma anche non mediata), Diamond Reynolds ha costretto i suoi amici su Facebook – e da lì altri milioni di persone proprio grazie al meccanismo della condivisione – a guardare ciò che stava succedendo a lei e al proprio compagno, a non voltarsi dall’altra parte, a sentirsi partecipi di una tragedia e di un’ingiustizia nello stesso modo in cui ciascuno di noi, più volte al giorno, rende gli altri partecipi dei propri pensieri, delle proprie azioni, delle cose che vede o sente.

Facebook Live – cioè la possibilità di trasmettere video in diretta attraverso il proprio smartphone a una audience di persone in quel momento collegate su Facebook – ha mostrato in questa circostanza tutto il proprio potenziale rivoluzionario nell’ambito dell’informazione, del cosiddetto “broadcast” e senz’altro del giornalismo per come lo abbiamo inteso fino a oggi (qui un compendio di Arianna Ciccone su Valigia Blu). Altri commentatori, tra i quali Mario Calabresi, hanno paragonato questa vicenda alle pietre miliari della storia delle news visive, dalle riprese dell’omicidio Kennedy al video del pestaggio di Rodney King, dalla guerra del Golfo trasmessa in diretta dalla tv all’11 settembre. E si sono chiesti se ci sia un nesso tra l’atto di denuncia non filtrata di Diamond Reynolds e i fatti di Dallas, dove l’unica colpa delle vittime è quella di essere poliziotti bianchi, come se chi ha sparato avesse deciso di ergersi a vendicatore dei soprusi subiti dai neri e testimoniati in tutta la loro crudezza dal quel video.

E allora torniamo alla realtà immaginata, ma forse sarebbe meglio dire preconizzata, di “The Circle”. Oggi le piattaforme dei social network, attraverso i milioni di persone che ogni giorno vi interagiscono, hanno un potere enorme nella divulgazione e nella fisionomia della conoscenza: un potere infinitamente superiore a quello dei media, che mette anche noi professionisti dell’informazione in una posizione marginale e subalterna, costretti a ripensare il nostro ruolo e a spostare le nostre capacità e funzioni dalla produzione di contenuti alla loro verifica, controllo e validazione (utile al riguardo la lettura di questo articolo di Poynter sulle dieci domande che i giornalisti dovrebbero porsi prima di andare in diretta su Facebook). E’ arrivato il momento di richiamare i detentori di questo potere alle loro responsabilità, agli obblighi di dotarsi di regole, di essere trasparenti, di non nascondersi più dietro a una presunta e insostenibile neutralità tecnologica ma di ammettere il proprio ruolo di protagonisti e creatori di informazione. Oggi noi tutti salutiamo il gesto di Diamond Reynolds come un passo avanti verso la giustizia e la libertà, Ma altri potrebbero decidere di farne un uso differente, con conseguenze che possiamo solo immaginare. E, anche se tendiamo a dimenticarcene, la scelta finale su cosa si possa condividere e cosa no non spetta a noi che stiamo di qua e di là dello schermo, ma al “Cerchio” che ci tiene connessi.”.

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