Proteste
Il polo hi-tech toscano è un sogno incompiuto
Pisa, il professor Gualtiero Fantoni: "Bisogna fare rete per attrarre investitori"
PISA. Eccellenze accademiche e laboratori d’avanguardia, un numero notevole di ricercatori e professionisti che collezionano successi sia in patria che all’estero. Mentre il contributo delle vecchie realtà industriale si fa sempre più incerto, la Toscana insegue ancora il sogno di diventare la “Silicon Valley” italiana, il centro d’avanguardia tecnologico della California dove sono nate o prosperano le aziende legate ai software e ai computer: nomi come Google, Ebay, Facebook o Microsoft. Il professor Gualtiero Fantoni, professore di ingegneria meccanica ed esperto di robotica dell’Università di Pisa, ci racconta possibilità e limiti di questo modello.
Professore, Toscana Valley è una realtà?
«Il paragone con la Silicon Valley è un'esagerazione, i due territori non sono paragonabili. Non tanto per capacità quanto per massa critica, storia e soprattutto presenza di investitori».
E senza investimenti è difficile diventare il fulcro di un sistema economico...
«La differenza risiede principalmente nella mole di investimenti. La Toscana è un po' l'estrema provincia dell'impero della tecnologie. Se la Silicon Valley è il cuore, e Milano o Roma sono degli hub significativi, noi negli anni siamo diventati più periferia».
Come mai?
«Forse perché complessivamente ha perso il sistema economico nazionale e le multinazionali che avevano sedi in Italia hanno visto ridimensionare i budget che utilizzavano per la ricerca e lo sviluppo, che in parte tenevano attivo il territorio. Se negli anni c’è stata un’occasione di avere una Silicon Valley toscana adesso è più dura».
Per avere un'industria ad alta specializzazione serve personale altrettanto preparato. Esiste questa riserva?
«Quello che formiamo nelle nostre università è personale altamente formato, che ci invidiano in tutto il mondo. Non è un caso che il Google Award, che è un premio prestigioso, sia stato assegnato al professor Paolo Ferragina per diverse volte. Intel da poco ha fatto un investimento importante su Yogitech, una realtà nata qui».
[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.13716374:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/06/24/news/dalle-aule-all-azienda-manca-un-incubatore-per-lanciare-i-progetti-1.13716374]]Le eccellenze ci sono insomma.
«Sì, ma non siamo nel cuore pulsante del sistema tecnologico italiano. A Pisa l'Università, il Sant'Anna, la Normale e il Cnr sono un punto di riferimento, però non abbiamo investimenti importanti sull'ecosistema. E ci sono anche l’Imt a Lucca, così come Siena».
Un'industria, come quella toscana, che si è basata molto sul metallurgico, può ripartire trainata dalla robotica o dall’informatica? Sono capaci di creare lo stesso numero di posti di lavoro?
«Per me sì, le tecnologie di cui ci occupiamo qui in Toscana sono l'industria automobilistica del terzo millennio: la robotica, la parte del calcolo, le reti di comunicazione, l'elettronica: tutte insieme potrebbero avere delle ricadute a livello produttivo. Se non coi numeri enormi dell'industria automobilistica di cinquant’anni fa, si potrebbero fare dei numeri importanti a livello occupazionale anche per chi non esce dall’accademia».
Quindi non solo ricercatori di alto livello?
«Le buone mani sono un elemento indispensabile per fare buoni prodotti».
E per i sotto-occupati di oggi, i disoccupati o chi ha lavorato per anni nell'industria pesante o nel manifatturiero e ha perso il lavoro?
«Se noi recuperiamo un investimento forte delle multinazionali riusciamo a recuperare la forza lavoro che al momento è inattiva. Le singole realtà e le singole aziende non riescono ad attrarre investimenti oltre una certa soglia».
Quale contributo manca: l'Università, la politica, gli imprenditori?
«In un'analisi coordinata dal professor Andrea Bonaccorsi assieme alle Camere di commercio, ascoltando consulenti, ispettori universitari, ricercatori e aziende spin-off la prima cosa che è saltata fuori è che manca un brand unico, la creazione di un'ecosistema».
Che intende per ecosistema?
«Quando si va all'estero ognuno parla della sua università o del suo dipartimento. Bisogna invece parlare del Distretto delle tecnologie toscane, avere un brand unico che vada oltre le singole realtà e possa interessare i grandi investitori che non si muovono per piccole realtà di 10 o 20 persone».
Le banche?
«Nota dolente, l’accesso al credito per le startup è molto difficile».
Come si fa a far sì che le persone che si formano sul territorio possano contribuire a rilanciarlo?
«Ricominciare ad attrarre grandi imprese e investitori. Bisogna che si consideri il territorio toscano come una boutique della ricerca, non un discount dove prendere all'ingrosso a prezzi convenienti».
Si va in Italia per i saldi, insomma.
«Da fuori vengono a trovare forza lavoro molto professionale a prezzi bassi».
Servono politiche attive per far sì che un distretto si realizzi. C'è bisogno di infrastrutture, politiche fiscali, investimenti che lo sostengano.
«La Regione ha investito in molti progetti, non è assente. Nello specifico le politiche dovrebbero cercare di supportare le attività cross-dipartimentali e cross-universitarie. Premiare i progetti realizzati in collaborazione tra varie realtà».
Un esempio?
«L'anno scorso con l'Università di Pisa, il Sant'Anna, la Normale, l'Università di Siena e quella di Firenze abbiamo avviato un corso di altra formazione per start up. Quest’anno non è uscito il bando e non è stato rifinanziato. Siamo andati avanti da soli».
Con quali risultati?
«Ne è nata una nuova esperienza, interessante, di supporto alla sopravvivenza delle start up in un mercato molto competitivo e in territori molto difficili come i nostri. Non è un tema da poco, perché non importa quante aziende nascono se poi dopo qualche anno sono costrette a chiudere. Però è stato organizzato dall'Università, si è persa di nuovo quella dimensione collettiva».
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