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Dalle aule all’azienda. «Manca un incubatore per lanciare i progetti»

Dalle aule all’azienda. «Manca un incubatore per lanciare i progetti»

Zerynth crea software per rendere intelligenti gli oggetti. «Serve il supporto dell’Università durante i primi anni»

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PISA. Dotare gli oggetti comuni di un'intelligenza che li renda capaci di interagire, non solo con gli umani, ma anche tra di loro. L'esigenza è comune di questi tempi nel mondo delle aziende o degli sviluppatori. La richiesta c’è, il punto è avere un'intuizione semplice ed efficace che permetta di tradurla nel concreto. Quattro ricercatori dell'Università di Pisa hanno individuato il problema e trovato una soluzione, che ha permesso di lanciare e commercializzare la start-up Zerynth.

Nascono come gruppo di ricerca sull'innovazione che nel tempo si è strutturato, fino a diventare un’azienda. Una genesi comune per molte start up. Il problema viene dopo, quando la buona idea deve stare a galla sul mercato. «Pisa pecca dell’assenza di un polo d'innovazione, manca un incubatore d'impresa - spiega Daniele Mazzei tra i cofondatori di Zerynth - sarebbe utilissimo per chi nasce dentro l’università avere un posto che permetta di affittare un ufficio a prezzi ragionevoli, dove certi servizi come la connettività o la segreteria sono già disponibili».

Un modo per facilitare chi inizia a fare impresa e di capitale iniziale non ne ha molto. «Non si tratta solo dello spazio - chiarisce Mazzei - ma più che altro servizi aggiuntivi come lo sviluppo del piano d’’investimento, la creazione di contatti con i grossi investitori. Non è la stessa cosa se mi presento io, da solo, a girare l'Italia con la mia macchina o se invece l'Università ti mette a disposizione un team e chiama le grandi realtà per creare occasioni di incontro».

L'assenza di questo servizio rischia di lasciare sole le imprese proprio nel momento di maggiore rischio. «Spesso le spin off sono concepite come parcheggio dei dottorandi: finiti i soldi per i progetti, l'Università li invoglia ad andare da soli a cercare fondi. Il problema però è che devono comunque venire la mattina e portare avanti anche la ricerca. Il business non si fa così», commenta Mazzei.

Se non riesce a sopravvivere ai primi anni di mercato la startup è un’occasione persa, e uno spreco di capitale umano ed economico. Eppure le idee non mancano. Il problema da cui è partita l’idea di Zerynth è che programmare le macchine, i microcontrollori che rendono intelligenti gli oggetti comuni, non è accessibile a tutti. Utilizzano un linguaggio informatico che si chiama "C", che però nel dipartimento di informatica di Pisa non si insegna più. «Paradossalmente si insegnano linguaggi di più alto livello - spiega Mazzei - quelli che servono per sviluppare il web e le app per gli smartphone. C’è più richiesta sul mercato e giustamente l’Università si adegua nella formazione».

L'intuizione è di creare una piattaforma che consenta di utilizzare le conoscenze che si hanno a disposizione invece di dover ricorrere a competenze esterne. Usando un linguaggio molto comune chiamato Python. «È uno dei linguaggi che sta avendo più successo adesso, soprattutto per la sua semplicità di apprendimento». Hanno già una vasta rete di collaboratori e clienti. Un esempio dà il senso della lungimiranza. Esistono dei club, chiamati Coderdojo, dove si insegna la programmazione informatica ai più piccoli. Il linguaggio usato è proprio Python. Da qua a qualche anno, se vorranno, i giovani programmatori saranno in grado di gestire i microcontrollori, cosa che sanno fare in pochi. (l.d.)

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