Il Tirreno

Toscana

I dolori del pd

«No alle dimissioni, la vera prova sarà il referendum»

di ILARIA BONUCCELLI
Dario Parrini, renziano, segretario regionale del Pd
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Dario Parrini, renziano, segretario regionale del Pd

Il flop brucia: ma ha votato solo il 10% dei toscani. Il problema del “fuoco amico” e delle troppe divisioni

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Perde le sfide elettorali per i Comuni, il Pd toscano così come perde quello nazionale. E lunedì ci sarà un confronto «senza sconti» nella direzione regionale che il segretario Dario Parrini convoca subito prima della direzione nazionale che Renzi anticipa al 24 giugno. Ma non ci saranno dimissioni. Malgrado gli «errori» e le «scelte mal fatte». Non è ancora il momento.

NESSUNO SI DIMETTE
Lo dice Parrini. E spiega il perché. Con i numeri, come suo costume. I ballottaggi sono stati un tonfo per il Pd. Stefano Bruzzesi, responsabile Enti locali per il Pd, preferisce definirli «una doccia fredda». Il risultato non cambia: 5 Comuni su 6 persi, compresi Grosseto e due roccaforti fino a due giorni fa inespugnate: Sesto Fiorentino e Cascina. Ma in questa tornata elettorale, compreso il primo turno - osserva Parrini - sono andati a votare circa 300.000 toscani su 3,8 milioni. Quindi il test è «minimo». Quello vero sarà a ottobre, con il referendum costituzionale. Allora si potrà parlare di dimissioni in caso di sconfitta.

RINVIO AL REFERENDUM
«I ballottaggi - riprende Parrini - hanno avuto risultati negativi, ma ha votato il 10% dei toscani. Per quanto non sottovaluti il risultato, il test non ha riguardato 9 toscani su 10 e quindi trarne conclusioni generali è sbagliato. Diverso sarà la prossima volta in cui tutti i toscani saranno chiamati alle urne». Al referendum costituzionale, appunto. «Quella prova ci vedrà tutti al centro della scena e sotto esame». E tutti a rischio di dimissioni, da Renzi in giù. Anche se il segretario provinciale del Pd di Arezzo, Massimiliano Dindalini, dopo la doppia sconfitta a Montevarchi e Sansepolcro rimette già il suo mandato nelle mani del partito.

PIÙ ROTTAMAZIONE
Al momento è l’unico. Oggi la linea del Pd - illustra Parrini - è un’altra: un risultato del genere «è sintomo di un malessere di una società che ha bisogno di un Pd che lavori più di quanto abbia fatto finora e che risponda meglio alle esigenze della base, meglio di quanto fatto fino ad oggi». Quindi nessun passo indietro, ma semmai più riforme, più innovazione e anche più «unità». Addirittura, il consigliere regionale pistoiese Massimo Baldi si spinge oltre: «Più rottamazione». Perché forse una delle cause delle disaffezione elettorale è proprio il blocco della rivoluzione e del rinnovamento renziano.

LE CAUSE DELLA SCONFITTA
Ma secondo Parrini sono tre le ragioni dei risultati che pure il vicesegretario regionale del Pd, Antonio Mazzeo, definisce «pesanti». E non sono neppure difficili da individuare: le spaccature interne al Pd; le circostanze locali; un’ondata nazionale e internazionale di ostilità nei confronti di chi governa. Queste tre cause, poi, si declinano in ogni Comune con caratteristiche e variabili specifiche. Anche se quello che pesa e brucia di più nelle sconfitte elettorali, ammette Parrini, sono le divisioni interne al Pd.

IL FUOCO AMICO
Le impallinature da «fuoco amico» se si innestano anche su crisi locali diventano esplosive. Gli ultimi ballottaggi fanno scuola. A Grosseto le divisioni post-primarie hanno consegnato il capoluogo al centrodestra, complice un fenomeno politico che si è ripetuto da Torino a Cascina: la saldatura fra centrodestra e M5S in chiave anti-Pd. A Cascina, addirittura, questa saldatura ha provocato l’effetto Livorno: ha portato alla vittoria la giovane leonessa leghista Susanna Ceccardi contro il sindaco uscente del Pd, Alessio Antonelli ribaltando risultato e vantaggio del primo turno. A Sesto Fiorentino è andata anche peggio: la spaccatura del Pd si è innestata sulla battaglia contro l’inceneritore. E ha portato a una guerra fratricida a sinistra che ha prima fatto cadere la giunta a guida Pd e poi schiacciato il candidato sindaco del partito Lorenzo Zambini.

TROPPE DIVISIONI INTERNE

«Le divisioni nel partito sono eccessive. Dobbiamo ricondurre il livello della discussione - dice Parrini - nei limiti della dialettica che fa crescere, eliminando lo scontro perenne che ti indebolisce». Uno sforzo in questo senso è richiesto a tutti «perché quando hai la palla fra i piedi devi fare gol nella porta dell’avversario».

PRIMARIE IGNORATE
Il lavoro non sarà facile. «E non perché dobbiamo ascoltare di più la base», conferma Parrini in uno slancio di autocritica. È che il partito è davvero frantumato. Non è raro che chi viene sconfitto alle primarie non accetti il verdetto e decida di andarsene per formarsi una lista «che contribuisce a farci perdere le elezioni». Come è accaduto nell’Aretino.

PARTITO TROPPO A DESTRA
In più c’è la diatriba sulla collocazione del partito. Per Enrico Rossi, con Renzi si è spostato troppo a destra: «È per questo che mi candido a segretario nazionale. Dobbiamo recuperare la nostra identità, tornare a radicarci fra i ceti popolari», dice il governatore. Ma per questo «servono adeguate politiche economiche che sono mancate, di contrasto alla precarietà e alla povertà, due delle ragioni che spingono alla protesta contro il Pd». Un tema non più tanto estraneo neppure al renziano Parrini che, in fase di autocritica da sconfitta, parla della necessità di un Pd che adotti «provvedimenti più incisivi per risolvere i problemi economici delle piccole e medie imprese. E dei pensionati con i redditi sociali».

Insomma lo spostamento che reclama Rossi, stanco di menzogne su disoccupati, andamento dell’occupazione e dell’economia: «Ma il 24 non chiederò un anticipo del congresso del Pd: solo garanzie sulla svolta a sinistra».

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