Sicurezza
Il doppio passo del nobile che cita La Pira
Vivarelli Colonna unisce le destre e trionfa. Strategia vincente e parole da uomo comune
Narra la leggenda che Antonfrancesco Vivarelli Colonna, nell’estate 2015, avesse palesato ai vertici grossetani del Pd la sua disponibilità a essere il candidato sindaco - ovviamente “civico” - per il centrosinistra. La stessa leggenda racconta che il Pd non considerò la questione. Salvo poi pentirsene quando pochi mesi più tardi lo stesso Vivarelli Colonna scendeva in campo - da “civico” - alla guida di un pimpante centrodestra che lui stesso aveva saputo ricompattare come nessuno da anni: dalla Lega a Forza Italia, da Fratelli d’Italia fino, in extremis, all’Udc.
Il resto è storia nota. Il 23 gennaio 2016, battendo tutti sul tempo, Vivarelli Colonna lancia la sua rincorsa in un tripudio di folla. Nei mesi successivi, mentre il centrosinistra si lacera fra polemiche e primarie al veleno, lui è già in piena campagna elettorale. Il 5 giugno, al primo turno, chiude in vantaggio (39 a 34) sullo sfidante del centrosinistra Lorenzo Mascagni. E il 19 stravince, aumentando consensi e distacco grazie al contributo dei grillini ai quali - tagliati fuori dal ballottaggio - lui stesso aveva assicurato ruoli nel controllo dei servizi pubblici.
Chissà se la leggenda del mancato accordo col Pd corrisponde al vero. Di certo però Antonfrancesco Vivarelli Colonna, 46 anni, la sua fortuna elettorale l’ha costruita proprio sulla capacità di non spaventare - anzi, di non dispiacere - a sinistra: astuta strategia politica o sincera espressione di un’indole moderata, si capirà solo d’ora in avanti.
La biografia del candidato, quella ufficiale e quella ufficiosa degli aneddoti, illumina due facce. Cattolico, sposato e padre di una bimba, presidente di Confagricoltura provinciale, tecnicamente è un ricco imprenditore che guida l’azienda di famiglia (nobile) a Orbetello. Non esattamente il prototipo dell’uomo del popolo, dunque. E proprio per parare l’appellativo di “latifondista di destra”, subito affibbiatogli dalla parte avversa, la sua biografia elettorale comincia così: «Ho un nome importante ma le mie mani conoscono la fatica della terra».
Del resto lui stesso agli amici racconta come quell’azienda se la sia fatta da sé, partendo dalle trenta pecore che chiese e ottenne come dono di nozze all’amato nonno Cesare. Prima della sua discesa nell’agone politico i maremmani lo conoscevano soprattutto per alcuni cliccatissimi post su facebook: un filmato (girato dalla figlia) nel quale in abiti da campagna rimedia calci e lividi mentre a mani nude libera un capriolo intrappolato; o l’amaro sfogo di un uomo in sovrappeso che, bloccato nella stretta porta scorrevole di una banca, medita sulla cattiveria delle barriere architettoniche. Uno come tanti, insomma. Il babbo eroe di “me lo prendi papà”, ma anche il cittadino comune alle prese con gli ordinari disservizi italici.
Di fatto il candidato del centrodestra muove i primi passi ammiccando proprio a quei tanti elettori di sinistra che - stanchi dell’aria che tira a casa loro - sono già in fuga verso l’astensione o altri referenti. E fa la mossa giusta, perché saranno proprio costoro il 19 giugno a non mobilitarsi per fermare un “pericolo nero” che non li spaventa più.
Sin dalla prima uscita ufficiale, il 23 gennaio, Vivarelli Colonna stupisce: a una platea che indossa felpe alla Salvini e sventola fiamme tricolori legge Giorgio La Pira, il mitico sindaco di Firenze internazionalista e solidarista. Poi il colpo di teatro: come consulente di fiducia prende l’architetto Giuseppe Chigiotti. Colpo doppio, perché Chigiotti non solo era stato presidente del comitato elettorale di Emilio Bonifazi (Pd) nella campagna del 2011, ma è anche un paladino dei diritti gay, primo in Italia col suo compagno ad aver ottenuto proprio dal Tribunale di Grosseto la trascrizione delle nozze celebrate negli Usa. E ancora fa sapere di essere pronto a valutare la costruzione di una moschea, fonda la comunicazione su parole come “poesia” e “amore”, non attacca sui migranti, mai spinge sul tema della sicurezza.
Col tempo, e sempre più sicuro di sé, Vivarelli Colonna comincerà a parlare anche ai suoi. Abbraccia Salvini, presenta il libro islamofobico di Magdi Allam e un convegno sull’intangibilità della famiglia naturale. Nei confronti con gli altri candidati perde spesso le staffe e mostra il lato meno moderato della sua personalità. Ma ormai la breccia è aperta. Il 16 giugno, nell’ultimo faccia a faccia, Mascagni gioca la carta dello “spettro nero” che sta intorno a Vivarelli Colonna per spronare alle urne quella città che alle Europee 2014 dava il 51% al Pd. E invece niente. Quella città il 19 giugno resta a casa, alle urne tornano gli elettori a 5 Stelle per premiare Vivarelli Colonna.
Sarà lui, da sindaco, a svelare il volto politico della nuova amministrazione di Grosseto. Con una consapevolezza: il centrodestra, da solo, in città non è maggioranza. «Rivendico la mia indipendenza e terrò a bada i partiti», ha detto non a caso ieri nella prima intervista a mente fredda dopo una notte di cori nella quale la sua ala destra gridava “chi non salta comunista è”. E forse, dopo lo straordinario assist servitogli dal Pd, l’impresa più ardua per il neopolitico Vivarelli Colonna sarà proprio questa.
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