Il Tirreno

Toscana

Il colpo leghista

«Cascina è la vittoria più bella»

di MARIO NERI
«Cascina è la vittoria più bella»

Salvini abbraccia Susanna Ceccardi e rilancia: uniti e con il nostro traino si vince

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È come se fosse un allunaggio. Un piccolo passo per l’uomo, un grande passo per la Lega. Perché, suvvia Salvini, non dica che aveva previsto di conquistare Cascina... «No, io non sono come quelli che pronosticano il risultato alla fine della partita. Sentivo una bella aria, vedevo tanta gente intorno a Susanna, ma non me l’aspettavo», dice.
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Eppure il leader del Carroccio una risposta ce l’ha, lui sa perché il verde padania ha sconfinato sulla maglietta di una donna diventata sindaco fuori dai confini tradizionali del suo partito, fuori dalla frontiera classica dell’identità leghista.

Nel giorno in cui gli analisti liquidano l’altro Matteo, il «fiero lepenista e populista», come il leader più opaco fra quelli dell’opposizione, lui trasferisce il Toscana la ruspa che avrebbe dovuto travolgere Renzi e riconquistare Milano. «Potevo andare a Novara, a Savona, e in molti altri posti in cui abbiamo stravinto, nel Friuli della Serracchiani, in Veneto. Ma sono venuto qui perché Cascina è la vittoria più bella», dice il capo della Lega dalla sala del consiglio e si alza la prima ola dei supporter. Nella foga, nel bagno di folla fuori dal Comune, la scorta di Matteo stende una vecchina, si crea un po’ di parapiglia, ma la festa nel fortino espugnato esplode.

«Vai Matteo, ora mandiamo a casa i rom, via gli immigrati», gli urlano. «Ovviamente mi fa male essermi fermato nella mia Milano con 500mila astenuti, colpa di tutti, anche mia. Da domani dobbiamo tornare nelle piazze - dice Salvini - nei mercati e nelle periferie, ma qui abbiamo strappato il governo a un sistema di potere che durava da 70 anni. Un giornalista mi ha detto che venire in provincia non è da leader, io me ne frego dei riti», dice il capo della Lega dalla sala del consiglio comunale. È venuto a piantare la sua bandierina. Cascina è un simbolo. Il monocolore abbattuto, e proprio laddove il Pd avrebbe dovuto essere più forte e radicato. In una periferia appunto. Nella provincia operaia toscana ha vinto la sua “leonessa”, la ventinovenne che ora dice: «È partita la rivoluzione moderata». Ed è convinta di aver sradicato la roccaforte rossa grazie alla sua «lungimirante follia», quell’ossimoro che ripete come un mantra accanto al leader che alza il sopracciglio e che vabbé, godiamoci la vittoria, ai corsi accelerati di slogan formato tweet ci penseremo poi.

Ora l’importante è proprio questo: aver pescato nella frontiera che sembrava sicura, nella provincia profonda dove il Pci prendeva percentuali bulgare, per questo «ora Susanna una volta a settimana devi venire fra la gente, ad ascoltare i suoi problemi». Non fare come gli altri. Non farti soffiare i voti dove loro li hanno persi. Proprio dove si votava soprattutto a sinistra e ora o non si vota più o si cerca un’alternativa, dove la promessa di uguaglianza è svanita, dove gli unici a saper incanalare la paura, l’insicurezza sono solo loro, i populisti. «Chiamatemi pure lepenista - dice Salvini - io ne sono fiero. Qui la sinistra è sempre più lontana dagli operai, dagli artigiani, dai giovani, soprattutto nella Toscana degli scandali di Banca Etruria, del Monte dei Paschi, e qui noi siamo più bravi, concreti, presenti dei 5 Stelle. Ora possiamo prendere anche Pisa e la Regione». Sì proprio così. Perché ripeterà pure che «il suo avversario è comunque Renzi», ma lo spauracchio dell’altro Matteo è lui, Grillo, con cui non nega di poter trovare un accordo, ma solo caso per caso, random. «Alcuni Comuni, a livello locale, possono diventare il laboratorio per un’alleanza, ma a livello nazionale no. Si sentono sopra tutto e tutti, per loro anche se hai fatto l’amministratore di condominio sei un potenziale farabutto», dice alle trecento persone che lo hanno aspettato in piazza, proprio sotto il palco da cui Enrico Rossi alla vigilia del voto aveva provato a tirare la volata ad Alessio Antonelli.

«Qui la Toscana ha cambiato verso», urla il segretario regionale Manuel Vescovi con inconfondibile accento bergamasco. Rassicurante: «Sappiate che se da domani un ladro vi entra in casa sano ed esce steso, il Comune vi aiuterà a pagare l’avvocato». Si è radunato qui il popolo leghista. Donne, uomini, ragazze e ragazzi (ma l’età media è sugli anta) che nell’attesa del leader vengono travolti dalla voce un pizzico stonata del cantautore di partito. Sì, perché anche la Lega ha il suo olimpo pop. Il Jovanotti from Padania si chiama Ivan. Canta così: «Se stai con Salvini, soltanto Salvini/ il criminale non sorride più/ Se stai con Salvini, vogliamo Salvini/ il clandestino non sorride più, yeh yeh yeh. Io con Alfano non mi sento italiano, che squallore tutto questo buonismo, yeh yeh yeh». Del resto, pure Matteo una frecciatina al ministro dell’Interno non se la risparmia. «Ad Alfano mando un abbraccio e dico che se dopo le prossime elezioni politiche sarà ancora parlamentare lo sarà eletto dalla sinistra. Perché nel centrodestra che ho in mente per lui non c'è posto». Ma deve essere un centrodestra unito, e con il traino della Lega, «solo così non ce n’é per il Pd né per il M5s». La destra per ora è sfaldata, ma per chi non l’avesse capito l’unico modo per dare la spallata a Renzi, proprio «ora che è bollito», è incoronarlo leader, dare a lui il timone. E Salvini è convinto: «Si vota a primavera prossima. Non credo che la scadenza elettorale dipenderà dal referendum. Se poi Renzi lo perde tanto meglio».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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