Sicurezza
Dalla catastrofe del 1996 nacque un modello di cura ambientale
Cardoso e Fornovolasco investiti da milioni di metri cubi d’acqua e terra. "Ma vincemmo la sfida della ricostruzione"
Sono passati venti anni da quel tragico 19 giugno del 1996. Allora un evento calamitoso eccezionale colpì l'Alta Versilia e la Garfagnana. I borghi di Cardoso e di Fornovolasco furono investiti da milioni di metri cubi di acqua, terra, pietre e alberi venuti giù dalla montagna.
Quattordici vittime e molte case distrutte. L'intero sistema infrastrutturale completamente stravolto. A valle, nella piana, abitazioni e imprese alluvionate a causa del fiume che aveva rotto gli argini. Enorme il costo dei danni umani, materiali, sociali e morali.
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Ricordare quell'evento è importante non solo per rispetto verso coloro che persero la vita e i loro cari, ma anche per far conoscere e comunicare la consapevolezza del rischio e indicare la via per prevenire ed evitare fenomeni simili a quello del 1996. Non è facile trovare le parole per far capire la portata della catastrofe che vissero i cittadini di Cardoso in quelle ore e nei giorni seguenti.
Mi viene in soccorso un articolo scritto da un bravo giornalista de Il Tirreno che ci ha lasciati da pochi giorni: Giuliano Fontani. In occasione del decennale scrisse un pezzo molto bello, in cui riportava alcune testimonianze che ricordavano «l'onda gigantesca che poco prima delle 14 all'improvviso spazzò via tutto» e che «in poche ore si cancellò un paese, andarono infranti i sogni di una vita».
E, insieme, la risposta delle istituzioni e di tanti volontari che misero in moto la voglia di reagire. «La solidarietà, come l'amore, è quel che tutto muove», scriveva Fontani. E poi la ricostruzione, «la sfida, dieci anni dopo, è praticamente vinta. Il paese è tornato a nuova vita». Questo dieci anni fa.
Però, nel tempo, ha resistito anche la percezione del buon lavoro fatto dalle istituzioni con il cosiddetto "modello Versilia", che permise attraverso una gestione non centralizzata ma decentrata degli interventi, sia per l'uscita dall'emergenza che per la ricostruzione, di affrontare i problemi in un rapporto diretto con il territorio e le popolazioni con rapidità e efficacia. Tutto partì dalla decisione del Governo, su proposta del sottosegretario alla Protezione Civile Franco Barberi, di affidare alla Regione la responsabilità primaria di guidare e organizzare il processo ricostruttivo.
Il fatto che se ne parli ancora oggi testimonia della bontà di quella scelta. Anzi, ciò dovrebbe far riflettere un po' di più sulle spinte attuali verso un ritorno a politiche di stampo centralistico.
Comunque il tema che fu posto correttamente già durante la ricostruzione era quello della prevenzione. Infatti nelle opere realizzate, sia nell'adeguamento dell'alveo del fiume che nella realizzazione degli interventi infrastrutturali, così come nell'assetto urbanistico di Cardoso, è stato incorporato il criterio della prevenzione. E anche per quanto riguarda le opere di difesa dell'abitato e di messa in sicurezza dei versanti montani era stata attivata un'importante attività di monitoraggio attraverso il Cerafri (Centro per la ricerca e l'alta formazione professionale la prevenzione del rischio idrogeologico) che purtroppo si è poi interrotta.
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Tuttavia un bilancio sommario sulla situazione di quel territorio, anche alla luce di diversi nubifragi che l'hanno interessato in questi anni, ci dice che la tenuta è stata buona. Ma questo non significa che la fragilità dei versanti registrata allora, da cui derivano i pericoli maggiori, sia superata.
La stessa attività di manutenzione del bosco tanto auspicata non ha trovato le risposte necessarie, mentre qualche significativo passo avanti è stato fatto sull'idea di ricreare condizioni economiche e di reddito, connesse all'agricoltura e al turismo, per incentivare la presenza e la residenza nei paesi montani. Quest'idea si fonda sulla convinzione che per ridurre i rischi il territorio montano deve essere curato e in certo senso vissuto. E ciò è possibile solo se è fonte di lavoro.
Tutto questo comporta una visione dello sviluppo diversa da quella perseguita per molto tempo, che individuava le opportunità economiche delle Apuane soltanto nelle cave, nell'estrazione del marmo e della pietra, mentre tutto il resto si svolgeva nella piana, verso il mare, con il risultato dello spopolamento dei paesi e dell'abbandono della montagna. Ecco, il tema di fondo è proprio questo: si va avanti su una strada che mette al primo posto l'obbiettivo di uno sviluppo nuovo e equilibrato, capace di garantire sicurezza, oppure si torna indietro, puntando tutto sul massimo consumo delle risorse ambientali ?
Discutere in modo chiaro e aperto di questo tema è forse l'occasione più importante per parlare delle prospettive future anche nei giorni del ricordo e della memoria.
(*) deputato del Pd
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