Il Tirreno

Toscana

«Niente dialisi, mi hanno ridato fiducia»

di Luca Tronchetti
«Niente dialisi, mi hanno ridato fiducia»

Operato l’ex imprenditore a cui era stato tolto il rene sano: «Bravissimi al Versilia, ma da Lucca non si è fatto vivo nessuno...»

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LUCCA. Sessanta giorni per passare dalla disperazione alla speranza. Uno stato d'animo difficile da descrivere anche per chi, suo malgrado, è finito al centro di un clamoroso caso di malasanità in seguito a comportamenti quantomeno superficiali da parte di chi lo ha operato togliendogli il rene sano anziché quello malato. In due mesi è finito due volte sotto i ferri Guido Dal Porto, 56 anni, ex imprenditore di San Ginese, moglie e due figli che gli sono rimasti sempre vicino dandogli la forza per andare avanti. Dal momento in cui è venuto a conoscenza dell’errore commesso sulla sua pelle in una sala operatoria del San Luca di Lucca al momento del secondo intervento chirurgico avvenuto lunedì mattina all’ospedale Versilia il suo ricorrente incubo notturno aveva un nome per lui impronunciabile: dialisi. Al suo risveglio dall’anestesia quello spettro, almeno per il momento, si è allontanato. «Ha vinto la mia incrollabile fiducia verso il genere umano. - dice l’imprenditore nel lettino della sua stanza imbiancata di fresco - Mi sono affidato al professor Massimo Cecchi che con i fatti si è dimostrato un uomo di parola. Corretto e coerente. Ironia della sorte il rene destro, quello sano, me l’hanno tolto dei medici che probabilmente con me hanno agito senza troppi riguardi perché ero un galeotto mentre il rene sinistro, quello malato, c’è ancora perché fortunatamente il chirurgo ha effettuato un intervento conservativo asportando soltanto la metastasi di un centimetro all’organo colpito dal tumore. Certo, so bene che la battaglia è solo all’inizio e che dovrò affrontare tac e terapie. Ma sapeste che sollievo svegliarsi dallo stato di torpore e sapere che la dialisi per ora è scongiurata. Se chi mi ha operato al San Luca avesse usato soltanto una piccola parte dello scrupolo di coscienza e della professionalità del dottor Cecchi non mi sarei trovato in queste condizioni. In questi mesi ho ritrovato la fede e prego affinché, dopo la mia vicissitudine, a nessun altro capiti quanto è accaduto a me».

Silenzio da Lucca. A ventiquattro ore dal secondo intervento chirurgico Guido Dal Porto, che adesso attende il responso dell’esame istologico, è rimasto sdraiato nel letto della camera d’ospedale nonostante le sollecitazioni del personale sanitario ad alzarsi e sistemarsi per qualche ora in poltrona. «Con me si prodigano tutti con gesti d’affetto che ormai avevo dimenticato, con il professor Cecchi che è venuto a controllare almeno tre-quattro volte. - prosegue l’ex imprenditore - Nelle prossime ore mi toglieranno il catetere e nel week end sarò di nuovo a casa. Dico la verità, al di là del dottor Luca Ricci, il medico del carcere, che ha telefonato a mio figlio Giacomo per sapere com’era andata l’operazione, dal San Luca non si è fatto vivo nessuno. Giuro, avrei apprezzato una loro chiamata, un gesto a mio modesto avviso doveroso dopo quanto è accaduto. Invece i vertici dell’ospedale lucchese proseguono nel loro silenzio assordante. Mi aspettavo un gesto di umanità visto che in fondo il tragico errore lo avevano fatto la mattina del 14 aprile scorso. Pazienza...».

L’odissea. Una vita agra quella di Guido Dal Porto. Con il destino che inizia a perseguitarlo dal 22 dicembre 2015 quando finisce in carcere. Accusato di bancarotta per il crac dell’impresa edile-artigianale in società con un conoscente può patteggiare la pena a 18 mesi per evitare il carcere come fece l’ex socio. Lui invece, come del resto il pm, è convinto della sua innocenza. Ma i giudici invece lo condannano a 3 anni e 3 mesi in primo grado con conferma prima in Appello e poi in Cassazione. Tre mesi di carcere e lì la scoperta del tumore al rene dopo i prelievi sanguigni, l’urinocoltura e la tac. In 110 giorni di carcere Dal Porto aveva perduto 10 chili. E l’equivoco che porterà poi all’errore in sala operatoria si genera in un esame radiografico dove viene indicato erroneamente, almeno in un passaggio del referto, il rene destro come malato anzichè quello sinistro.

L’operazione. La mattina del 14 aprile a Dal Porto viene asportato il rene sano anziché quello malato. Ma lui ufficialmente lo viene a sapere la mattina di sabato 30 aprile quando una commissione dell’Asl piomba nella sua abitazione a San Ginese e gli comunica l’errore riscontrato dall’anatomia patologica che esamina il reperto per la biopsia e scopre che quel rene è sano. «Ci dispiace, sono incidenti che possono capitare» gli dicono. All’imprenditore crolla il mondo addosso.

L’inchiesta. La procura della Repubblica dopo la denuncia presentata dal legale dell’imprenditore, avvocato Veronica Nelli, iscrive nel registro degli indagati tre persone: l’urologo Stefano Torcigliani, 59 anni, che ha eseguito materialmente l’intervento chirurgico, Giuseppe Silvestri, 61 anni, l’aiuto chirurgo che era con lui in sala operatoria e Claudia Gianni, 43 anni, la radiologa che effettuò la tac riscontrando il tumore di un centimetro al rene sinistro, ma indicando erroneamente quello destro. Tutti sono indagati con l’accusa di cooperazione colposa nel reato di lesioni gravissime. Il sostituto procuratore Elena Leone ha già nominato i suoi consulenti tecnici che dovranno riferire sulla tipologia degli esami radiografici e sulle modalità dell’intervento chirurgico e sull’opportunità dell’operazione eseguita in relazione alla patologia riscontrata al paziente.

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