La manifestazione
Elezioni, non sarà un test locale
Il voto nelle grandi città e anche nei piccoli comuni inciderà molto sul prossimo futuro di Renzi e del Pd, del Movimento 5 Stelle, del centrodestra
S’ha un bel dire tutte le volte che le elezioni amministrative non sono un voto politico di valore nazionale. È una bugia. Milano, Torino, Roma, Napoli e, in Toscana, perfino la piccola Sesto Fiorentino, senza scordare Grosseto, hanno un significato politico. Sarà che in Italia non si riesce più a parlare neppure della Nazionale senza buttarci dentro la politica, sarà che i protagonisti degli scontri in atto sono troppo rilevanti per non pensare che qualunque cosa succeda domenica un qualche aruspice, poi, ci predirà il futuro del governo di Matteo Renzi, il destino di Silvio Berlusconi e la strategia del Movimento 5 stelle.
Sul Pd e su Renzi, lo scenario è abbastanza chiaro. In caso di affermazioni significative a Milano e a Roma il partito partirà lancia in resta contro gli oppositori, anche della minoranza interna, con il solo scopo di ottenere una vittoria schiacciante al referendum confermativo della riforma costituzionale. Visto il grado di incertezza, però, il premier ha subito sminato mediaticamente un possibile esito infausto dicendo che il voto ammnistrativo riguarda le città e non il governo.
A Milano il Pd rischia più che a Roma, dove piuttosto che ai sondaggi si spera nel miracolo. Per Silvio Berlusconi e la vecchia composizione del centrodestra si consuma invece un passaggio epocale, quello stesso che il Cavaliere avrebbe dovuto propiziare e che, avendolo procrastinato sempre, ha generato la guerra fratricida con la Lega che vediamo. Salvini non sarà mai il leader del centrodestra, ma a ora è l’unico che cerca di intestarsene l’eredità. I colonnelli di ciò che resta di Forza Italia non hanno il coraggio di farlo in vece sua per non essere falciati da Berlusconi come è già successo a tutti coloro che c’hanno provato. Berlusconi deve far volare Marchini a Roma per non estinguere quel polo di centrodestra moderato di cui l’Italia ha necessità e che si è smarrito. Il già Cavaliere non punta a vincere a Roma ma a impedire che la candidata di Salvini, Giorgia Meloni, si qualifichi per il ballottaggio. E anche questo è un fatto politico nazionale.
I 5 stelle tentano il colpo grosso per stemperare le amarezze di Parma, Livorno, Quarto e hanno bisogno di conquistare una città simbolo per costruire la classe dirigente futura, cancellando il pregiudizio degli avversari secondo i quali i pentastellati sanno fare opposizione ma non sono buoni a governare. Negli ultimi quattro anni il M5s si è presentato solo nel 15% delle città chiamate al voto. A Caserta, Latina, Ravenna, Salerno il movimento non è riuscito a presentare una lista col timbro ufficiale della Casaleggio e associati. Il problema del reclutamento delle classi dirigenti è molto forte e non si può più usare, a giustificazione delle difficoltà, la giovane età del movimento. I 5 stelle si apprestano all’ottavo anno di vita, considerando il primo post col quale Beppe Grillo lanciò la sfida politica, proprio sui Comuni, quale atto formale di costituzione. Qualcosa non funziona nelle dinamiche locali e l’elettorato riconosce maggior valore al M5s quando si presenta come forza politica nelle competizioni nazionali ed europee nelle quali, evidentemente, per l’opinione pubblica allignano le ragioni del malgoverno da parte delle forze politiche tradizionali. Vincere Roma vuol dire voltare pagina.
A Grosseto si insegue il sogno Livorno, in un contesto radicalmente diverso e con un esito non così scontato. Per la Toscana a trazione Pd sarebbe un bel botto. Un altro. E anche questo sarebbe un fatto rilevante e non locale. Poche ore e si vedrà.
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