Il Tirreno

Toscana

l’ex direttore degli uffizi

«L’intento è buono ma spero non sia solo un annuncio»

Il pericolo più grande è quello di cedere al «fascino pre-romantico della rovina». Innamorarsi del capitello interrato, del rovo che sale lungo l’opera d’arte dimenticata, a tal punto da rinunciare...

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Il pericolo più grande è quello di cedere al «fascino pre-romantico della rovina». Innamorarsi del capitello interrato, del rovo che sale lungo l’opera d’arte dimenticata, a tal punto da rinunciare alla tutela del patrimonio. Ed è dal potere di questa seduzione “diabolica” che Antonio Natali, ex direttore degli Uffizi - sostituito, non senza polemiche, dal tedesco Schmidt - e storico dell’arte ci mette in guardia.

Qual è il suo luogo da recuperare?

«Ovviamente ce ne sono molti, ma voglio nominare le Gualchiere di Remole sull’Arno, che si trovano nella campagna tra Firenze e Pontassieve. Se guarda le foto non può non innamorarsi. Sono un ex opificio, credo siano uno dei pochi monumenti al lavoro».

Se lei fosse all’interno della Commissione di “bellezza@governo.it” come sceglierebbe le opere?

«Diciamo che vista la considerazione che hanno di me non dovrei correre questo pericolo», ride, ma poi torna serio. «Se si formano delle commissioni vuol dire che si vuole riflettere e non solo agire tanto per agire. Se si esercita il pensiero la prima cosa da fare è fissare dei parametri. Io non credo all’oggettività, ognuno ha le sue predilezioni, ma è importante avere dei paletti all’interno di cui muoversi. Sul termine bellezza sarei molto cauto. Se si parla di una virtù facilmente intuibile, agli Uffizi sarebbe bello soltanto Botticelli, che ha sempre una fila incredibile. Fosse per me andrei a vedere solo Rosso e Pontormo. Parliamo di poesia che forse è meglio, perché c’è un’omologazione incredibile in ciò che si considera bellezza, ma che in realtà è difficile da capire, richiede studio, fatica, lettura di testi. È una cosa per tutti, certo, solo che non è così facile come si crede. E la dimostrazione è la scarsa comprensione che c’è dell’arte contemporanea, che molti giudicano “brutta”, perché non conoscono la sua bellezza».

Quando parla di parametri di giudizio a cosa si riferisce?

«Ad esempio credo che debba essere tenuto in considerazione il rapporto del luogo da recuperare con il territorio. Accolgo questa iniziativa con un “Finalmente!”. Una delle proposte a cui ho tenuto di più è stata “La città degli Uffizi”, che non so che fine abbia fatto ora, ma era nata appunto per dare risalto al rapporto del museo con il territorio. La relazione deve essere dinamica: così i nativi del luogo acquistano consapevolezza storica e il museo si apre a tutto ciò che ha intorno».

Concorda con la necessità di convogliare le energie dal basso?

«Io penso che tutto quello che viene dal basso sia buono, poi è necessaria la commissione che vagli se si tratti di campanilismo o di un patrimonio da tutelare. La democrazia è questa, ascoltare tutti e poi decidere la cosa migliore. Non è mai un male invitare la gente a guardarsi intorno e proporre argomenti inediti. Rivela l’aspirazione a pensare seriamente al territorio e non soltanto a venti grandi musei. Speriamo che si vada oltre agli annunci, c'è rischio di contentarsi delle parole. Ma è un buon intento».

Esiste un fascino dell'abbandono?

«Certo, si può amare la rovina. Lei pensi a Roma nel Cinquecento con questi capitelli interrati, colonne spezzate, è un fascino pre-romantico che esiste. È istintivo, sentimentale. Ma chi fa tutela lo deve avvertire quando si guarda una stampa del Piranesi. Non si può permettere che interferisca con la necessità di recuperare il patrimonio. Il confine tra abbandono e rovina è nei sentimenti. Bisogna garantire l’eredità culturale, altrimenti si arriva a un paradosso pericoloso. È una forma di egoismo, io ho 3 figlie e desidero che possano vedere un monumento. È una responsabilità che ho nei loro confronti». (and. s.)

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