Italia
Fingersi buoni, i trucchi dei carcerati per ottenere i permessi premio
Corleone, garante dei detenuti in Toscana, parla dei limiti del sistema penitenziario. "Il vero pericolo non sono le fughe: sono i tentati suicidi"
Franco Corleone da tre anni è garante dei detenuti in Toscana. Prima, per anni lo è stato a Firenze, al carcere di Sollicciano. Ha accumulato un'esperienza sufficiente per valutare il sistema carcerario. Senza troppi giri di parole, dice che non sono le evasioni a preoccuparlo. Anche se casi come quello del killer del catamarano fanno notizia. Piuttosto, lo preoccupa lo stato di disagio dei detenuti in carcere. I 302 tentati suicidi in Italia nel primo quadrimestre ne sono una conferma. E la Toscana non è un’isola felice perché circa il 10% si sono verificati proprio qui. Solo fra Firenze (18 casi) e Pisa (11).
SUICIDI E AUTOLESIONISMO NELLE CARCERI TOSCANE
I casi di autolesionismo sono ancora più frequenti: 2778 in Italia in un quadrimestre; 110 di questi a Firenze, altri 75 a Pisa, 14 a Livorno, 8 a Portoazzurro. Proprio il carcere dal quale nel 2014 fugge Filippo Antonio De Cristofaro, il killer del catamarano, il “rambo dei mari”. Ma anche il re delle evasioni: nel 2007 riesce a scappare dal carcere di Opera a Milano e sette anni dopo, di nuovo, scappa dall’Elba, durante un permesso premio. Lasciando il ministero di Giustizia e il sistema carcerario a interrogarsi sulla bontà delle misure alternative e dei “benefici penitenziari”.
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I LIMITI DEGLI SCONTI DI PENA
Corleone nel 2014 è già garante regionale dei detenuti. E da subito non nasconde che «il problema, anche a livello teorico, esiste». Senza lanciarsi in ragionamenti accademici, Corleone spiega: «Il nostro sistema penale prevede pene molto lunghe. Non solo le prevede ma anche le applica, a differenza di quanto accade in altri Paesi. Vorrei citare l’esempio della strage dell'isola di Utoya in Norvegia: la pena massima prevista dal codice penale, malgrado i 77 morti, è di 21 anni. Noi abbiamo l’ergastolo e perfino il carcere con fine pena mai. Poi, però, il nostro sistema prevede misure per riequilibrare queste pene». Di fatto per ridimensionarle «partendo dalla valutazione del comportamento tenuto in carcere: basta pensare che possono ottenere 45 giorni di sconto sulla pena a semestre, 3 mesi l’anno, in modo da arrivare a una liberazione anticipata». Tuttavia - ammette Corleone - questo meccanismo «ideato per favorire il reinserimento sociale dei detenuti, in certe occasioni mostra anche dei limiti. Il meccanismo premiale, infatti, può portare, in certe occasioni, a far fingere il detenuto di essere diventato buono, a comportarsi bene in apparenza, senza aver davvero ripensato alla propria condotta. La logica è semplice: siccome voglio uscire prima, fingo di essere cambiato». Viceversa - aggiunge Corleone - ci sono anche detenuti che «per paura di ritorsioni e perfino di angherie a volte rinunciano a rivendicare i propri diritti, come la richiesta di permessi per buona condotta o la liberazione anticipata. Questo è un limite enorme alla logica premiale perché il sistema dovrebbe favorire un processo per il quale in carcere le persone riconquistino la capacità di autonomia».
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FUGHE RIDOTTE A MENO DELL'1%
Messa così, sembrerebbe di trovarsi in una situazione di empasse. Ma Corleone evidenzia che «questo modello di apertura del carcere ha avuto anche meriti. Non solo quello di consentire di mantenere i rapporti con la famiglia, di consentire di pensare a un’occupazione per quando si esce, ma ha eliminato l’isolamento. Oggi non esistono più detenuti che quando terminano di scontare la pena ed escono non sanno nemmeno più come si prende un autobus perché per anni sono rimasti fuori da tutto». Certo, il fatto di usufruire di benefici penitenziari, dai permessi premio alla semilibertà, alla possibilità di lavorare all’esterno e così via «comporta qualche rischio - conferma Corleone - ma dobbiamo anche essere onesti: la percentuale di fughe o di evasioni è bassissima. Non arriviamo all’1%».
SI EVADE DI PIU' DAGLI ARRESTI DOMICILIARI
Ormai, i casi più frequenti di evasione in senso “tecnico” si hanno soprattutto fra le persone alle quali sono già stati «concessi gli arresti domiciliari e che, magari, non rientrano all’orario prestabilito. O non rientrano affatto. Ma le fughe dal carcere con il complice che ti aspetta fuori, sono casi che si possono contare sulle dita di una mano. Poi, oltretutto, anche quelli che ci provano vengono quasi sempre ripresi nei giro di pochissimi giorni».
Le eccezioni, certo, ci sono. Negarlo sarebbe ottuso, dice. Ma sono casi così straordinari che per forza fanno scalpore. Prima del killer del catamarano, viene da citare «il caso dello stupratore del Circeo che ha utilizzato un permesso premio per ripetere lo stesso reato. Questo caso ha suscitato orrore e clamore perché per ottenere un permesso premio, bisogna non solo ottenere l’autorizzazione del magistrato di sorveglianza, ma anche aver tenuto a lungo un comportamento di un certo tipo in carcere. Aver convinto del proprio cambiamento il Gruppo osservazione trattamento: un educatore, uno psicologo, il direttore del carcere. Evidentemente quel soggetto è stato bravo a ingannare tutti».
CARCERE PIU' SOCIALE PER VIGILARE MEGLIO
Un po’ come il killer del catamarano. Che anni dopo il primo tentativo di fuga ha convinto tutti di essere cambiato e ha ottenuto un altro permesso premio. Usato, di nuovo, per fuggire dall’Elba. «Questo ci riporta a un’altra riflessione, a mio avviso - sottolinea Corleone - ancora più importante. Dobbiamo migliorare il sistema di valutazione dei detenuti. E per migliorarlo, dobbiamo allontanarci dal modello di carcere passivo. Che cosa significa? Che bisogna trasformare il carcere in una comunità. Aumentare le occasioni di socializzazione». In concreto, prosegue Corleone questo significa, ad esempio, «realizzare refettori e mense, in modo da consentire ai detenuti di mangiare tutti insieme, evitando che ognuno mangi da solo nella propria cella. O, al massimo, insieme al proprio compagno di cella. Aumentando le occasioni e i momenti di socialità, chi sorveglia i detenuti ha modo di capire se una persona è aggressiva, oppure prepotente o magari prevaricatrice. E questo è fondamentale nella concessione delle misure alternative, dei benefici». A cominciare dai permessi premio.
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