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Emilia Kamvisi, la nonna da Nobel che allatta il profugo bebé a Lesbo

Melania Carnevali
Emilia Kamvisi
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Emilia Kamvisi

Arrivavano decine di barconi al giorno ma dopo l'accordo tra l'Unione europea e la Turchia il flusso si è interrotto. Ora i migranti vengono trattenuti nei campi profughi dell'isola, dove le condizioni sanitarie sono scadenti e anche le ong come Medici senza frontiere hanno lasciato il terreno per non essere accusate di complicità

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“I migranti mi mancano. Prima andavo ogni giorno sul mare ad aspettarli e arrivavano decine di barconi al giorno. Ora aspetto, aspetto, ma non arriva più nessuno”. Emilia Kamvisi, 83 anni, di Lesbo (Grecia), è candidata al Nobel per la Pace. È diventata il simbolo di un'isola intera per una foto che la ritrae insieme alla cugina, Maritsa Maurapidu (85 anni), e l'amica Efstasia Mavrapidu (90 anni), mentre allatta con il biberon un piccolo migrante siriano appena sbarcato. Vive a Skala Sikamias, un villaggio a nord di Lesbo, da cui si vede a largo il profilo degli altopiani turchi.

Era questo prima del 20 marzo, giorno dell'entrata in vigore dell'accordo tra l'Unione europea e la Turchia sui migranti, il cuore degli sbarchi sull'isola. Arrivavano ogni giorno dai trenta ai sessanta barconi stracolmi di migranti fradici, stremati, mezzi morti. Cercavano un rifugio temporaneo per riprendersi dal viaggio, dal freddo, dalla paura e poi via di nuovo verso la terra ferma. Come negli anni Venti quando un milione di cristiani in fuga dal genocidio in Turchia si rifugiò nell'isola prima di arrivare in Grecia. È una storia che si ripete in un unico destino, quello di essere isola che accoglie, che aiuta chi emigra.

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Adesso di barche in mare non se ne vedono da un po' in questa parte di isola. “Sarà dieci giorni che non se ne vede una”, racconta amareggiata Emilia dal salotto della sua umile casa piazzata nella parte alta del paese, sotto infiniti campi di ulivo che sfumano verso mare. Al centro della stanza un tavolino pieno zeppo di foto di famiglia, tra cui quella che le ha portato una candidatura al Nobel per la Pace, stampata in due versioni: piccola e grande. Afferra quella grande e indica la donna che sta allattando.

“Sono io questa”, dice orgogliosa. “Questa – continua puntando il dito sulla donna accanto – è Maritsa”, la cugina. “E questa – indicando l'ultima  - Efstasia”.  Poi va in cucina e rientra con un piatto di baklava, il tipico dolce turco che i greci e gli armeni preparano per Pasqua (è la Pasqua ortodossa che quest'anno è caduta il primo maggio). “Ditemi, cosa volete sapere?”, chiede porgendo il piatto.

La sua storia, Emilia. Racconti la sua storia. Quella di una figlia di emigrati sbarcati su quelle stesse coste dove adesso arrivano i migranti che lei aiuta. Lei che ha lavorato tutta una vita come raccoglitrice di olive, che ha quattro figli e una marea di nipoti. Una donna qualsiasi candidata adesso al Nobel per la Pace. “Quel gesto – racconta, riferendosi all'allattamento del piccolo siriano – mi è venuto naturale. La mamma era fradicia e le abbiamo detto di darci il bambino e andare a cambiarsi. Il piccolo ha iniziato a piangere così ho detto a Maritsa di andare a prendere il biberon. All’inizio non riusciva a bere perché il latte era bollente. Così l’ho raffreddato con l’acqua del mare”.

Quando è arrivato il primo barcone a Skala Sikamias Emilia era in casa. Era giugno dello scorso anno e sera. “Stavo andando a dormire  - racconta - quando ho sentito delle grida, pianti e gente che urlava 'ci sono i profughi'. Sono andata fuori e ho visto salire per il paese centinaia di persone fradice, infreddolite. Altre erano ancora sulla spiaggia. Così io e le mie cugine abbiamo preso quello che avevamo, vestiti, cibo, latte e lo abbiamo portato giù”.

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Da quel giorno Emilia è scesa ogni giorno in spiaggia, ad aspettare i migranti. Non aveva cibo o vestiti da donare. Ma abbracci, solidarietà, umanità. Perché tutto serve, quando arrivi sfinito e impaurito, dopo un viaggio in mare trascorso a pregare dio che il gommone non si buchi, che la benzina non finisca, che qualcuno non ti rispedisca indietro. “Andavamo giù – riprende – e stavamo tutto il giorno sul mare ad aspettare, dalle 2 del pomeriggio fino alle 8 di sera. E di barconi ne arrivavano continuamente”.

Adesso, come detto, di migranti a Skala Sikamias se ne vedono più pochi. Come d'altronde nel resto dell'isola. Tutto è cambiato a Lesbo, dopo l'accordo tra l'Ue e la Turchia. Da terrà di libertà si è trasformata in una prigione. I richiedenti asilo sono stati trasferiti infatti nel campo profughi di Kara Tepe, a Mitelene. Etichettati come bestie con dei numeri legati al polso, possono muoversi solo sull'isola in attesa di sapere se la domanda verrà mai accettata.

Tutti gli altri, ancora peggio: sono stati presi e rinchiusi nel hotspot di Moira, sulle colline della città, da cui non possono uscire senza autorizzazione. E quella si ottiene non prima di un mese. Aspettano di sapere che ne sarà di loro, probabilmente verranno rimpatriati.

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È un vero e proprio centro di detenzione, quello, da cui anche le ong se ne sono andate per “non sentirsi complici”, come aveva dichiarato Medici senza frontiere al momento della firma dell'accordo. Dentro sono ammassate 4.000 persone, nonostante sia stato costruito per contenerne giusto la metà. I minorenni sono circa mille,  di cui duecento non accompagnati. “Le condizioni igieniche stanno deteriorando – fa sapere Sacha Myers, responsabile della comunicazione per  Save the children Grecia - Stiamo vedendo sempre più bambini ammalarsi con infezioni dovute alla febbre o bronchiti. Siamo anche preoccupati per la sicurezza dei bambini, dal momento che la tensione aumenta di giorno in giorno e si stanno verificando casi di violenza”.

Poco dopo la visita del Papa, il 26 aprile scorso, un gruppo di minorenni rinchiusi nell’hotspot ha incendiato cassonetti, letti, spaccato a calci e pugni le catene. Volevano solo essere liberi, nient'altro. E sopra il filo spinato che scorre lungo il muro si vedono ancora i segni della loro ricerca di libertà: le scarpe e i vestiti impigliati, le coperte abbandonate sulla doppia recinzione. Una fuga mai riuscita, perché da lì non si scappa.

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