Attenzione
Islam in Toscana, oggi si prega nei garage e nei capannoni
Nella regione ci sono circa 130mila musulmani e 60 luoghi di culto. Ma non sono riconosciuti, manca l’intesa con lo Stato
«Un ringraziamento al coraggio del sindaco nell’applicazione della nostra Costituzione, cosa che non è scontata davanti a paure in parte giustificate, perché il terrorismo è una minaccia, ma fomentate anche da imprenditori delle paure. Spero che anche il governo sia coraggioso con l’intesa con le comunità musulmane e con la legge sulla libertà religiosa». Izzedin Elzir, presidente dell’Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii) e imam del centro islamico di Firenze, elogia l’apertura di Marco Filippeschi al progetto di moschea a Pisa, a prescindere dal risultato del referendum consultivo. Sono circa 130mila i musulmani di Toscana che sbirciano dalla finestra quanto accade sotto la Torre. E lo fanno per lo più da luoghi che, chiamare moschee, richiederebbe una bella dose di fantasia: garage, negozi, ex industrie diroccate. L’unica struttura nata per assolvere allo scopo è quella di Colle Val D’Elsa, che Oriana Fallaci voleva «far saltare in aria» con gli esplosivi dei suoi amici anarchici, come disse al New Yorker, perché troppo vicina alla sua casa di Greve nel Chianti.
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Per il resto da Follonica a Livorno, allungando fino a Pistoia, il minimo comun denominatore della preghiera, oltre al contenuto sacro, è il capannone industriale. Quello della città labronica è tinto d’azzurro e proprio ieri ha subito un furto: sono state rubate tutte le offerte dei fedeli. Che avevano finanziato la costruzione del centro di tasca loro, senza un euro proveniente dalle casse pubbliche. A Pisa, invece, i musulmani pregano nel centro-negozio di via delle Belle donne. A Firenze, testimonia Elzir, «ci sono più di mille persone il venerdì, ma la sala non può ospitarne più di 500, quindi ci dobbiamo dividere in due turni». Insomma, le sale preghiera ci sono già: si tratta solo di renderle posti dignitosi. «In questo momento noi sentiamo il bisogno di aprire i nostri luoghi di culto, di far conoscere la nostra religione - spiega Youssef Sbai, vicepresidente dell’Ucoii, islamologo e ricercatore che collabora con i centri islamici di Massa e di Carrara - ma non abbiamo il coraggio di invitare cittadini e istituzioni finché casa nostra è in un garage». Lungi dall’essere una sponda per il «califfato islamico pisano», come è stato paventato nella raccolta firme in favore del referendum, la moschea sarebbe, nella visione di Sbai «un valore sociale». «Non solo per i musulmani - precisa - ma per tutta la società. È una casa trasparente che ci permette di migliorare, è sotto gli occhi di tutti». Il tutto per rappresentare quella “galassia islamica” che non può essere rappresentata come una comunità monolitica, neanche in Toscana. «Ci sono provenienze e origini diverse, dal Nord Africa, dal Medio Oriente, dai Balcani. Ci sono anche i convertiti italiani. Ci sono musulmani più praticanti e quelli meno praticanti. La difficoltà è seguirli tutti».
Ma se la moschea vuole diventare una «casa trasparente» ha bisogno di un riconoscimento giuridico. E neanche quelle grandi, belle e nate per assolvere a questo obiettivo possono averlo. Il motivo? L’Islam è la seconda religione in Italia, ma non ha ancora trovato un’intesa con lo Stato, a differenza di buddisti, induisti, evangelici e altre confessioni minoritarie. «Sono i nostri due handicap - spiega Elzir - i principi costituzionali proteggono le libertà religiose, ma manca una legge che li applichi. Poi non abbiamo un’intesa con lo stato italiano». E, a chi gli rinfaccia la divisione delle comunità islamiche - non corre buon sangue tra l’Ucoii e la Coreis, con la seconda più rappresentativa degli italiani convertiti - Elzir risponde che l’Italia «ha trovato con altre religioni accordi con più associazioni». Le intese per i buddhisti sono due, quelle per gli evangelici, diverse.
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