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Pensioni: «Ho smesso di lavorare a 41 anni. Una rinuncia, non un privilegio»

di Andrea Rocchi
Pensioni: «Ho smesso di lavorare a 41 anni. Una rinuncia, non un privilegio»

«Io privilegiata? Ma quando…». Lia Losa, viareggina, classe 1938, in pensione da dicembre 1979.. Aveva 41 anni. Oggi l’Inps invia le famigerate buste arancioni che fanno venire un sussulto a chi le...

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«Io privilegiata? Ma quando…»

Lia Losa, viareggina, classe 1938, in pensione da dicembre 1979. Aveva 41 anni. Oggi l’Inps invia le famigerate buste arancioni che fanno venire un sussulto a chi le riceve. Perché il traguardo della pensione è lontanissimo: 70 anni, se va bene, e casi di lavoratori con 50 anni di contributi. Vicende opposte, due facce di un sistema pensionistico iniquo. Il tutto mentre l’Inps prova a racimolare soldi da chi percepisce l’assegno da oltre 36 anni ed ha importi superiori ai 3500 euro. Per fare cassa e garantire le pensioni future ma anche per finanziare la cosiddetta “flessibilità in uscita”.

Il suo, Lia, è un caso-tipo, tra quelli citati dal presidente dell’Inps Boeri

Direi di sì

Ci racconti

«Io sono andata in pensione nel 1979. Prendo l'assegno da 37 anni. Ma non mi ritengo una fortunata».

Perché?

«Perché quando andai in pensione avevo ottime prospettive di carriera. Ero ragioniere capo dell'ospedale Santa Chiara da due anni. Avevo iniziato a lavorare presso la clinica ortopedica pisana».

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Ed allora perché ha lasciato?

«Perché quell'anno è nata mia figlia ed avevo necessità di starle dietro. Di accudirla. Aveva bisogno di assistenza. Così ho approfittato dei requisiti della legge sulle lavoratrici madri».

A quanti anni si è ritirata?

«A 41 anni. Con venti di contributi».

A quanto ammontava l'assegno?

«Prendevo una pensione di poco più di 2 milioni ma...

Ma?

«Avevo ancora grandi possibilità di carriera, mi creda. Ci ho pensato a lungo dopo aver fatto questa scelta. Purtroppo, però, per tante mamme questo era l'unico modo per poter crescere i propri figli senza rinunce»

Una legge a due effetti, da una parte consente, dall'altra toglie? Ti manda a casa a crescere la famiglia ma ti cancella dal mercato del lavoro.

«Direi che è così, queste leggi hanno funzionato come ammortizzatori sociali».

E ora arriva Boeri e dice che chi prende la pensione da più di 36 anni potrebbe dare un aiutino…

«Ma dove va a pescare? Da ultrasettantenni che hanno pensioni misere. Guardi che io se avessi continuato a lavorare oggi sì sarei privilegiata perché avrei avuto 4-5.000 euro di pensione. Prendevo più due milioni di lire già allora. Se lo immagina un impiegato del pubblico impiego che oggi ha una pensione di 800, 900 euro…»

Boeri ipotizza un prelievo dagli assegni di oltre 3.500 euro lordi

«Premesso, dunque, che io non sarei toccata. Ma anche qui stiamo attenti. Oggi si tratta di un numero ristretto di pensionati che ha assegni più alti. E poi un ottantenne con 2.000 euro ha bisogno di aiuti, spesso si trova in condizioni di non autosufficienza, necessita di assistenti, badanti, deve pagarsi la retta di un centro di ricovero».

Ingiusto dare una mano ai più giovani?

«No. Questo si deve fare. Ma non bisogna colpire i più anziani. Quando non sanno come fare pensano sempre a toccare le pensioni. Questa è una compensazione tra poveri, una vera persecuzione».

Le buste arancioni dell’Inps?

«Non conosco nel dettaglio l’ iniziativa. Ma almeno queste servissero per sensibilizzare l’opinione pubblica su un problema, come quello della previdenza, che va affrontato e non in modo estemporaneo».

Cosa si dovrebbe fare?

«Stabilire criteri e forme che agevolano l'uscita di un lavoratore e l'ingresso di un altro, di un giovane. Agire sulle norme, non toccare ancora una volta le pensioni. Questa proposta di Boeri non la condivido per nulla».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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