Il Tirreno

Toscana

Asportano il rene sbagliato dopo una catena di errori

di Luca Tronchetti e Gianni Parrini
Asportano il rene sbagliato dopo una catena di errori

Lucca, vittima del gravissimo errore un imprenditore agli arresti domiciliari Tutto sarebbe partito da una Tac con il paziente prono invece che supino

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LUCCA. È l’incubo di tutti quelli che finiscono sotto i ferri: una mancata comunicazione, un esame letto in modo errato e il chirurgo che toglie l’organo sbagliato. L’incubo è diventato realtà alle porte di Lucca: nei giorni scorsi un medico dell’ospedale San Luca ha asportato a un paziente il rene sbagliato, quello sano al posto di quello attaccato da un tumore. Un fatto clamoroso, frutto di una serie di errori a catena che si sommano fino all’esito irreparabile. E ancor più clamorose sembrano le scuse dell’Asl, che parla di “errore cognitivo” e di “evento avverso”.

Vittima di questa orribile vicenda di malasanità è un cittadino di 56 anni, con moglie e due figli, residente nella Piana. L’uomo, ex titolare di un’impresa edile di ristrutturazioni, dal marzo scorso è detenuto nel carcere San Giorgio. Deve scontare una condanna per bancarotta, ma le visite mediche e gli esami a cui viene sottoposto evidenziano qualcosa di anomalo nel suo stato di salute. L’esame citologico delle urine mostra la presenza di cellule atipiche. I medici gli consigliato di sottoporsi a una Tac con liquido di contrasto e il responso dell’esame non lascia adito a dubbi: tumore del rene sinistro. Ma qui c’è il primo errore: il radiologo, la dottoressa Claudia Gianni della diagnostica per immagini, dopo aver esaminato la Tac scrive sul referto che il tumore è sul rene destro. Pare, ma al momento sono solo ipotesi, che non abbia considerato che il soggetto fosse prono e non supino, come invece avviene di solito per questo tipo di esami.

Intanto, per l’ignaro paziente non ci sono molte alternative: si deve operare e alla svelta. Il 12 aprile ottiene dal giudice la scarcerazione per motivi di salute e due giorni dopo finisce sotto i ferri. Qui avviene l’irreparabile. Il chirurgo che si occupa dell’intervento, il dottor Stefano Torcigliani, prima tenta di effettuare un ureteroscopia, un esame che attraverso un sondino permette di vedere l’esatta collocazione della massa tumorale. Ma l’esplorazione non viene completata: pare che il sondino utilizzato per indagare l’uretere (il condotto che collega vescica e rene) non sia abbastanza lungo per un paziente di corporatura robusta. Anche le immagini della Tac non possono essere visionate in sala operatoria: non c’è l’attrezzatura. Il chirurgo dovrebbe averle controllate in precedenza o quantomeno dovrebbe essersi confrontato con la collega che ha effettuato l’esame. Questo, almeno, prevede il protocollo. Ma dall’Asl nessuno sa dire con certezza se è stato rispettato.

Si procede, dunque, solo sulla base del referto (sbagliato) della Tac. Il paziente viene fatto sdraiare sul fianco e prende il via l’intervento. Fuori dalla sala operatoria ci sono le guardie carcerarie che aspettano di riportare il degente agli arresti domiciliari. Il clima, diciamo, non è dei migliori.

L’operazione sembra riuscita: il 21 aprile viene dimesso e fino al 28 nessuno sospetta dell’accaduto. Poi arriva l’esito degli esami istologici sul rene asportato. Qualcuno dall’anatomia patologica alza il telefono e chiama i vertici dell’azienda: «Avete tolto un rene sano, non c’è alcuna massa tumorale». Parte l’indagine, il filo si dipana e, poco a poco, emerge il clamoroso errore. Ieri mattina l’ultimo atto, con i medici che si presentano a casa del degente per dargli la brutta notizia: «Scusi, ci siamo sbagliati».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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