Il Tirreno

Toscana

Troppi stranieri, il calcio non fabbrica più talenti made in Italy

Andrea Rocchi
Una fase del match tra Inter e Udinese con 22 stranieri in campo
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Una fase del match tra Inter e Udinese con 22 stranieri in campo

Il caso di Inter-Udinese e le reazioni. Tommasi attacca le regole Figc, Ulivieri chiede investimenti nei vivai, per Protti i nostri giovani hanno troppa pressione

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Bisogna rassegnarsi - come dice il presidente della Figc Tavecchio - perché nell’Europa a 28 paesi, con la libera circolazione, non si possono apporre veti? Oppure bisogna intervenire - come chiede il presidente dei calciatori Tommasi - perché le norme introdotte e “sbandierate come incentivo all'utilizzo dei giovani italiani hanno avuto esattamente l'effetto opposto”?
 

22 STRANIERI IN CAMPO. Benvenuti nel calcio globalizzato dove succede (come domenica scorsa durante Inter-Udinese) che vanno in campo ventidue giocatori stranieri ed il primo italiano a scendere sul rettangolo di gioco, Pasquale, lo fa a 15 minuti dal termine. Mai visto in serie A. E in Inghilterra era successo solo nel 2009, durante Portsmouth-Arsenal, con l’unico inglese che entrò all’85. Al Meazza, domenica, c’erano 6 brasiliani, 4 francesi (uno col passaporto maliano), 2 colombiani, uno sloveno, un giapponese, un croato, un montenegrino, un argentino, un greco, uno svizzero, un portoghese, un serbo e un ghanese. Una multinazionale del pallone.
Eppure non siamo soli in questo primato. La Premiere League inglese, per numero di tesserati stranieri, fa addirittura “meglio” della serie A, col 69% contro il nostro 55,6% (ma la Liga e la Bundesliga sono sotto con 49 e 41%). Il che, di per sè, non significherebbe nulla se il nostro calcio riuscisse a sfornare nuovi talenti e alimentare il serbatoio per una Nazionale scarsa di “grandi firme”. Il problema semmai - come dice Arrigo Sacchi - è che i calciatori stranieri che arrivano in Italia, fatte le dovute eccezioni, sono scarsi. E che le regole introdotte per limitare il fenomeno, ad oggi, non hanno sortito effetto.

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TOMMASI: REGOLE DANNOSE
Tommasi ha riportato la questione dentro la federazione senza particolare successo. Il presidente dell’Aic ritiene che le nuove norme, di fatto, non tutelano i vivai. Come le rose a 25 che - secondo Tommasi - accrescono il minutaggio degli stranieri.- E il caso degli under 21 esclusi dalle limitazioni col risultato che il minutaggio degli under italiani (42,4%) è diminuito rispetto a quello degli stranieri. L’unica squadra che è in controtendenza, a riguardo, è il Sassuolo. «Le norme sugli extracomunitari vanno a regime nel tempo, le abbiamo adottate lo scorso anno e questo non può risolvere la situazione», ha risposto Tavecchio. Segno che tra calciatori e Figc la distanza è ancora molto netta.


ULIVIERI: INVESTIRE NEI VIVAI. «Ci sono due percorsi da fare - spiega Renzo Ulivieri, presidente dell’Aiac (Associazione italiana allenatori) - il primo riguarda i settori giovanili e gli investimenti sui giocatori. Occorre produrre calciatori di valore e per questo bisogna investire. E non solo sulle dotazioni tecniche, ma soprattutto sulle persone. Sui formatori, sugli allenatori, a partire non dall’elite, ma dalla base, dalle scuole calcio». L’altro percorso - per Ulivieri - deve avvenire proprio in Federazione. «La via breve sarebbe quella di un patto tra presidenti di Lega in cui si fissano tetti per i calciatori italiani, cinque, sette, vediamo. Certo, le norme non devono cozzare con quelle comunitarie. Ma devono essere prodotte dalle leghe e da chi le presiede».
 

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PROTTI: LASCIAMO SBAGLIARE I GIOVANI
Anche un ex calciatore, oggi direttore tecnico, come Igor Protti è convinto che bisogna porre rimedio ad un sistema che rischia di soffocare l’emergere di nuovi talenti italiani. «Certo che mi piacerebbe vedere molti più giovani italiani in campo, ma nell’era della globalizzazione capisco che questo sia sempre più difficile». Per Protti, tuttavia, non è un problema di regole o norme ma piuttosto un fatto culturale. Di buon senso e mentalità. «Il problema è che oggi noi non diamo possibilità ai giovani di crescere. Al primo errore li mettiamo fuori. Invece bisogna dare loro la possibilità di sbagliare, per poter crescere».
I modelli spagnolo e tedesco? «Loro sono stati bravi, ma noi non dobbiamo copiare. Dobbiamo trovare una nostra strada. Con tutto il rispetto molti dei calciatori stranieri che giocano in serie A non sono migliori dei nostri giovani. Ma per far crescere i nostri talenti bisogna dare loro tempo. E crederci».
 

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di Redazione web