Il Tirreno

Toscana

Trent'anni di internet e la rete fra trent'anni: dal computer Butterfly agli oggetti connessi

Andrea Scutellà
Trent'anni di internet e la rete fra trent'anni: dal computer Butterfly agli oggetti connessi

PISA. Il 30 aprile 2016 l'Italia festeggia tre decadi di clic, il primo avvenne a Pisa. Un'avventura che iniziò nel segnò della burocrazia, che ritardò il nostro ingresso su Internet di cinque anni. Un tempo i nodi della rete erano grandi quanto frigoriferi, oggi li portiamo in tasca (gli smartphone). E domani proprio i frigo saranno connessi

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1. 30 APRILE 1986: LA PRIMA CONNESSIONE

PISA. La prima parola dell'Internet italiano fu "ping". Più che una parola fu un comando, per la precisione quello che usano gli informatici quando vogliono dire “prova”. Il 30 aprile 1986 quel "ping" viaggiò con un collegamento a 64 kb dalla sala macchine dell’Istituto Cnuce - allora il centro calcolo del Cnr - in via Santa Maria 36 a Pisa fino al Fucino, dove prese la via del cielo: la maestosa antenna di Telespazio lo lanciò sul satellite Intelsat e da lì rimbalzò dritto a Roaring Creek, in Pennsylvania, dove una macchina rispose semplicemente "Ok". Quella risposta affermativa fece il percorso inverso. L’Italia era su Arpanet, la rete costruita dal ministero della Difesa americano per connettere i computer durante la guerra fredda, che già sfruttava i protocolli e l’architettura di Internet. Il sole della Rete delle reti cominciava a splendere sulle nostre teste.

VIDEO: i pionieri di Internet, una storia pisana

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Una notizia ignorata. Non ci furono, però, né brindisi, né celebrazioni. La notizia il giorno dopo e per quelli a seguire non fu su nessun organo di stampa. Ai tempi c’era la nube tossica di Chernobyl a catturare i titoli dei giornali. Così sulla più grande rivoluzione tecnologica dal dopoguerra ad oggi nessuno spese una parola.
Davanti al "Butterfly gateway" il calcolatore nero grande come un frigorifero da cui partì il primo "ping" c’era solo un operatore: Antonio Blasco Bonito. "Lì per lì l’ho percepito come un successo, certo, quello di aver fatto funzionare una cosa. Poi che fosse una rivoluzione lo abbiamo capito successivamente: personalmente nel 1987 quando nacque il registro dei domini '.it'". Blasco insieme al responsabile delle reti dell’Istituto Cnuce Marco Sommani, aveva adattato gli strumenti americani a quelli italiani per la connessione. Allora non c’erano gli smartphone e non bastava un tocco per installare un’applicazione. Lì si trattava di configurare il primo nodo della rete in Italia. Trent’anni dopo ne portiamo tutti quanti uno in tasca. «Dov'ero? Non lo so», spiega l’allora direttore dell’Istituto Cnuce Stefano Trumpy, oggi presidente della sezione italiana dell’Internet Society. «Noi non potevamo immaginare tutto quello che è venuto dopo, Arpanet era uno dei tanti progetti che seguivamo. Le reti per noi erano importanti per la ricerca, servivano per migliorare la collaborazione tra gli scienziati sparpagliati in tutto il mondo. Inizialmente su Internet si scambiavano messaggi, si accedeva ad altri elaboratori da remoto. Serviva a farsi mandare i risultati delle ricerche».

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Video: così Pisa fece la storia

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Le altre reti. Da quel 30 aprile 1986 Internet si sviluppò velocemente e sbaragliò tutte le altre reti concorrenti: Rpcnet, creata dai ricercatori del Cnuce in collaborazione con l’Ibm di Pisa; e Earn-Bitnet, un’architettura più rudimentale che serviva a trasferire file, che avevano un difetto fondamentale: funzionavano su una marca sola di elaboratori. Ma soprattutto Internet sconfisse il più quotato protocollo Osi - alternativo al Tcp/Ip creato da Bob Kahn e Vint Cerf - che vedeva l’Italia tra i capofila con l’equipe del progetto Osiride guidata dal professor Luciano Lenzini. E che sembrava, per un certo periodo, destinata anche a sopravanzare i rivali d’Oltreoceano. «Avevano fatto le cose per bene - spiega Marco Sommani -, ma scontarono un unico difetto: non utilizzarono la rete per comunicare. Convocavano le conferenze via telex o lettera».

CRONOLOGIA: LA NASCITA DI INTERNET

La rete americana e la burocrazia italiana. Ma se Internet, una volta arrivata in Italia, corse così veloce da raggiungere 40 milioni di utenti già nel 1995, non si può dire altrettanto della burocrazia che rimandò il primo clic dal 1981 al 1986. Dopo aver ammirato il nodo della University of London nel 1979, il professor Lenzini, l’uomo che portò Internet in Italia, prese contatti con gli Usa, chiese un budget al Cnr e, una volta ottenuto, scrisse a Bob Kahn in America. «Nell’81 l’Arpa ci mandò le apparecchiature da installare sotto l’antenna - spiega Lenzini -. Allora saremmo stati il terzo paese in Europa, nel frattempo la solita Germania ci superò. Noi italiani abbiamo sempre delle idee meravigliose, ma è l’organizzazione che ci frega. La burocrazia di quegli anni era micidiale. Mi avevano dato un budget non indifferente per questo progetto, circa 500 milioni delle vecchie lire. Per mobilitarlo ci misero un bel po’. Poi dovevo mettere d’accordo tre soggetti: Sip (oggi Telecom, ndr), Italcable e Telespazio. Mi ci vollero tre anni». Mentre rievoca quei tempi Luciano Lenzini ride, consapevole che se l’Arpanet di ieri avesse avuto la fama dell’Internet di oggi, sarebbe bastato un clic per farla partire. «Quando finalmente riesco a far comprare il calcolatore necessario mi arriva la comunicazione che è già vecchio: i nodi devono essere aggiornati, io cado nello sconforto più totale». In quel momento Lenzini pensa di mollare, ma lo vuole dire di persona a Washington ai suoi amici americani, con cui aveva stabilito un rapporto intenso. Durante una riunione dell’International cooperation board annuncia: «Signori, io sono stanco, questa è la mia ultima riunione». A quel punto accade una cosa straordinaria. Dopo la pausa caffé Bob Kahn, padre di Internet, annuncia: «Luciano noi vogliamo che tu, che l’Italia, partecipi. Ti regaliamo il “Butterfly gateway”».

Il Butterfly finisce alla discarica. Così quel “frigorifero” nero arriva in Italia e passa 5 o 6 mesi alla dogana. I burocrati italiani non sapevano come classificare questo “regalo”. Tantoché dopo essere stato in funzione per 3 anni l'elaboratore mitico finirà negli scantinati del Cnr e come i computer “non catalogati” verrà smaltito in una discarica. Peccato, avrebbe fatto proprio una gran figura accanto alla Calcolatrice elettronica pisana (Cep) - il primo computer costruito in Italia su suggerimento di Fermi e finanziata dai tre campanili di Lucca, Pisa e Livorno - al Museo dell’Università.

Video: museo del calcolo

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Poco importa: già nel 1987 nasce il registro dei domini ".it", gestito dal Cnr di Pisa, e viene registrato il primo nome a dominio: cnuce.cnr.it. Nei primissimi anni Novanta Tim Berners Lee mette a punto il Web e allora gli informatici capiscono che la rete è destinata a rivoluzionare il nostro di vivere. "Nel 1992 fu organizzato un convegno sulle reti a Pisa e lui era già la star", ricorda Marco Sommani.

2. SOS: CON I SOCIAL AIUTIAMO I SOCCORSI DURANTE I TERREMOTI

Al Cnr di Pisa la locomotiva della ricerca non si ferma. A 30 anni da quel primo clic, nell'epoca in cui tutti hanno un nodo della rete in tasca, con i social è possibile organizzare i soccorsi dopo un disastro. Dare un senso al caos dei social network e metterli al servizio della comunità. È questo lo scopo di Maurizio Tesconi, responsabile del progetto “Social sensing” (SoS)del Cnr - finanziato con le risorse del registro dei domini .it - che classifica il mare magnum delle opinioni che ogni giorno esprimiamo su Twitter, Facebook, Instagram e gli altri social.

Pulire il rumore dei social. «Per noi questo studio è una grande opportunità: su Twitter vengono prodotti oltre 500 milioni di contenuti al giorno», spiega Tesconi. È una ricerca estendibile a qualsiasi campo: i social network possono diventare una fonte attendibile. «Con quello che chiamiamo crowdsensing (da “crowd”, folla e “sensing” rilevamento, ndr) opportunistico riusciamo a capire quello che avviene subito dopo un disastro, come un terremoto o un’alluvione. Di solito dopo questi eventi ci sono dei picchi di informazioni sui social. Noi cerchiamo di “pulire” il rumore di fondo per poi associare un evento ai picchi».

Video: il ricercatore Maurizio Tesconi e i terremoti sui social

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Aiutare i soccorsi. Tesconi ci mostra la mappa dei danni del terremoto dell’Emilia del 2012 creata dal progetto“SoS” e la confronta con quella ufficiale della protezione civile. I risultati sono impressionanti: il comune di Bondeno, ad esempio, appare come la zona che ha subito le distruzioni maggiori in entrambi i casi. Le aree da cui provengono la maggior parte dei tweet analizzati sono quelle più colpite. «Noi queste informazioni - spiega - possiamo fornirle ai soccorritori, per prendere decisioni in tempo reale e per capire quali sono le aree di crisi». Tuttavia non si monitorano soltanto le parole: è possibile raccogliere anche “cluster” (letteralmente: grappoli) di immagini. Durante un’alluvione, ad esempio, tutte le foto con acque debordanti possono essere catalogate insieme. C’è anche un progetto di individuazione automatica di testimoni oculari: si addestrano dei “bot” - dei computer - a fare domande a chi posta immagini e tweet inerenti alla tragedia per raccontare l'accaduto.

3. LAFORENZA: "CI VUOLE UN MANZI DELL'INFORMATICA"

Domenico Laforenza ha vissuto da protagonista tutte le fasi dello sviluppo delle tecnologie informatiche in Italia. Entrò al Centro nazionale universitario di calcolo elettronico (Cnuce) di Pisa nel 1972 con un assegno di ricerca. Non aveva neanche vent’anni, i suoi amici erano tutti studenti e lui viveva il sogno di indossare il camice bianco nell’Olimpo del calcolo informatico italiano. Nel ’74 migrò, insieme a molti dei ricercatori presenti nell’istituto, sotto il grande cappello del Cnr. Oggi è presidente della sezione di Pisa e dirige anche l’Istituto di informatica e telematica (Iit).

Il web cambiò tutto. "Allora la percezione di quello che è oggi Internet, che noi avremmo potuto postare un video su un server o fare un biglietto aereo, non ce l’aveva nessuno" spiega Laforenza, ricordando quegli anni. "Neanche i luminari, i padri del Tcp/Ip, Vint Cerf e Bob Kahn, che realizzarono il protocollo che permise alle reti di interoperare. Si percepiva che certi servizi potessero essere utili, era chiaro il concetto di “file transfer”, cioè la possibilità di inviare un file. La consapevolezza in realtà è arrivata con la “killer application”: l'avvento del Web nel ’90-91. Tim Berners Lee, per caso, al Cern di Ginevra, studiando un sistema informativo per i fisici deriva questa idea, mettendo a punto due protocolli come “Html” e “Http”. E poi c’è la storia successiva, fino ad arrivare alle “app” che sono oggi sui nostri telefonini. Questo ha creato la consapevolezza di uno strumento meraviglioso, dei suoi usi ed abusi"

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La ricerca che genera servizi. Il Cnr contibuì a fondare il Domain name system (Dns) e nel 1987 registrò i primi nomi sotto il dominio nazionale, il "it": cnr.it e cnuce.cnr.it. "Con il Dns - spiega Laforenza - è possibile assegnare a delle stringhe un numero. Ma i numeri non li ricorda nessuno, i nomi si ricordano meglio. Oggi il ".it" occupa 70 unità di personale nel Cnr. È un servizio a pagamento: con la differenza tra le entrate e le uscite si finanzia altra ricerca, ma non solo, abbiamo creato la Biblioteca del registro, l'Internettopoli che spiega bontà e pericoli dello strumento. Abbiamo dato anche una mano a ricostruire le aule dopo i terremoti de L’Aquila e di Onna, lo abbiamo fatto anche in Liguria dopo l’alluvione. I soldi dati alle attività di ricerca hanno generato servizi e noi cerchiamo di restituirli anche alla comunità".

Video: Domenico Laforenza (Cnr)

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I prossimi 30 anni. Ed è a quel punto che facciamo Laforenza la domanda che mette in imbarazzo qualsiasi informatico: cosa succederà nei prossimi 30 anni? Lo sviluppo delle tecnologie, come successe per il Web, è spesso imprevedibile e causale. Ma il presidente del Cnr di Pisa non si sottrae. "Come i padri della rete non hanno potuto prevedere gli sviluppi che ci sono stati, noi difficilmente potremmo farlo - precisa -. Oggi, però, abbiamo qualche dato in più rispetto ad allora. Ci sono, anzitutto, dei megatrend indiscutibili. Uno di questi è l’Internet delle cose. Ora in rete possiamo collegare tutto: lavatrici, telecamere, pacemaker. Nel prossimo futuro ci saranno miliardi di oggetti connessi, c'è chi dice 50 miliardi entro il 2020. Tutti questi oggetti saranno creatori di dati. Ora se Internet è un’autostrada e gli oggetti sono delle macchine, se le vetture aumentano sarà necessario aumentare la capienza della strada. Questo si fa o attraverso la tecnologia fotonica, della luce, oppure potenziare la wireless. Ma sono due tecnologie che dovranno interagire. Sarà possibile pensare effettuare esperimenti di un realismo pazzesco: un’operazione chirurgica con un professore a mille chilometri e un robot che opera un paziente dall'altra parte, senza ritardi. In Italia purtroppo siamo molto indietro da questo punto di vista: quando andiamo bene siamo a metà classifica».

Il bisogno di privacy e di educazione. Il presidente del Cnr immagina un futuro sempre più permeato da un bisogno di privacy. "I dati verranno messi in un cloud, che possibilmente dovrà essere in mani nazionali. Di malintenzionati che vogliono accedere ai dati per avere un vantaggio competitivo è pieno il mondo". Per fare conoscere potenzialità e abusi invece auspica una sola misura: educazione, che viene dalla famiglia e dalla scuola. "Ci vuole un maestro Manzi dell’informatica, come la Rai insegnò l’italiano oggi deve insegnare il Tcp/Ip, il meccanismo unificante della rete. Il paradigma è: educazione, educazione ed educazione, per comprendere pericoli e opportunità di Internet. Nelle famiglie e dentro le scuole".

4. "IL MASSIMO DEL BENE E IL MASSIMO DEL MALE". IL FUTURO DELLA RETE

La chiamano Internet of things – la rete degli oggetti – ed è il paradigma che sta per cambiare le nostre vite. Frigoriferi, lavatrici, pacemaker, termostati, lampioni, persino i cassonetti, saranno presto dotati di connettività. Per fare cosa? Quello che facciamo dal 1969 – l’alba di Internet -: scambiarci dati. Con lo scopo, però, di costruire aziende, case, città più organizzate.

I frigoriferi intelligenti. Un giorno, forse, “sei intelligente come un frigorifero” potrebbe diventare un complimento. "Ma il frigo non farà ricerche su Google – precisa Daniele Mazzei, ricercatore del “Centro Piaggio” della Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa e architetto dei sistemi per la startup Zerynth - piuttosto produrrà informazioni che verranno mandate in rete". Dati così preziosi che potrebbero fruttare ad un’azienda risparmi energetici fino al 60%, secondo le stime di Mazzei. "Pensate ad una catena di ristoranti che deve controllare gli impianti di refrigerazione: può scoprire quanta energia elettrica consuma a questo scopo. O qual è il momento migliore per attivare la cella frigorifera al 100%, risparmiando".

Video: big data e internet delle cose

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L’alba dei big data: birra e pannolini. Nei prossimi anni, dunque, una massa enorme di oggetti - c’è chi stima 30 miliardi entro il 2020, chi pensa invece a 50 - trasmetteranno informazioni in rete, che già oggi vengono stoccate in dei “megaserver” detti cloud (in inglese: nuvole). Ed è qui che s’inserisce la domanda fondamentale: come dare un senso a questa massa informe in maniera sicura? La risposta c’è già dagli anni Novanta ed è il metodo dei big data. "Abbiamo iniziato dal carrello della spesa – spiega Dino Pedreschi professore ordinario di Informatica all’Università di Pisa – l’esempio di scuola è “birra e pannolini”. Invece di guardare il singolo prodotto, in quel periodo di decise di guardare le combinazioni. E uscì fuori che c’era chi comprava spesso, vicino al weekend, birra e pannolini insieme. All’inizio non aveva senso, ma poi qualcuno ci ha ragionato sopra: le coppie giovani, che hanno appena avuto un figlio, non escono più il sabato sera, ma magari invitano gli amici a casa".

“Le tracce delle nostre vite”. La sfida, dunque, non è solo quello di “stoccare” e “conservare” i dati. È di più: si tratta di ordinarli, di interpretarli senza calare modelli dall’alto, cercando di cogliere la conoscenza che ci offrono. Birra e pannolini, appunto. “I big data sono le tracce delle nostre vite – è la sintesi di Pedreschi -. È un censimento in tempo e continuativo su tutto quello che facciamo. Per il momento il motore di questo meccanismo è solo economico: il marketing, il sogno di fare la pubblicità calata sulla persona. Ma le applicazioni future sono immense: dalla distribuzione delle risorse alla mobilità, dal giornalismo alla politica”. Già oggi l’equipe di Pedreschi collabora con Istat ad un progetto che si propone di censire la popolazione reale di una città – compresi, cioè i pendolari che si spostano ogni giorno – sulla base dei dati telefonici. “E lo facciamo in modo da rispettare la privacy di tutti – spiega – non sappiamo, cioè, chi sono quelle persone. Con queste tecnologie si può fare il massimo del bene e il massimo del male: bisogna scegliere”.

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I limiti della rete: proprietà e sicurezza. “Se io ho accesso al termostato di casa tua, posso sapere quando sei in casa e organizzare, ad esempio, un meraviglioso furto”, Antonio Cisternino, ricercatore in Informatica all’Università di Pisa mette in luce uno dei nodi più problematici dell’Internet delle cose. Ma al contempo guarda alla soluzione: il movimento “Openfog”, che si propone di portare il cloud (nuvole) in cui dati vengono stoccati più vicino alla terra, da cui il nome “fog” che in inglese significa nebbia. “Vogliamo costruire modelli e studiare software che si occupino di gestire i contenuti più vicini al sensore (il termostato, il frigorifero, la lavatrice, ecc. ndr), perché se un dato che serve a gestire un semaforo in Italia va in America e poi ritorna, può succedere che arrivi in ritardo e provochi un incidente. O perché il nome di mio figlio non esca da casa mia”. Un altro dei grandi problemi di oggi è quello della proprietà dei dati: la fetta più interessante è in mano ai giganti della rete, come Google e Facebook. Per questo Pisa, oggi, guida la rete europea Sobigdata, che Dino Pedreschi definisce una “galleria del vento”. “È un luogo di ricerca pubblica e scienza aperta dove idee innovative sui big data, ad esempio per le smart city, possono essere implementate”.

Città intelligenti. Il “massimo del bene” che con quest’enorme massa di dati si potrà fare nel prossimo futuro, probabilmente, sono le “smart city” cioè le città intelligenti. “In realtà ci sono già sensori connessi alla rete che monitorano la qualità dell’aria r i veicoli in ingresso secondo il paradigma dell’Internet delle cose”, spiega Giuseppe Anastasi, professore di Ingegneria dell’Università di Pisa. “In futuro sarà possibile la lettura automatica dei contatori dell’acqua e del gas grazie ai lampioni intelligenti, che in linea di principio possono monitorare qualunque cosa: aria, traffico, cassonetti”. Con il sensore “libelium” l’equipe di Anastasi ha avviato un progetto di monitoraggio incrociato del traffico e della qualità dell’aria con l’azienda della mobilità pisana. “Sono misuratori ricaricabili con un pannello solare – spiega Simone Brienza, ricercatore -. Comunicano con il gprs e sono installabili ovunque arrivi la rete cellulare. C’è anche un sensore gps che può permettere di ritrovarlo, poi, su google maps”.

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