Il dolore
LA CORSA ALL’ORO BIANCO CHE PROVOCA MORTE
Passano gli anni, a volte cambiano le modalità, ma il risultato è costante: alle cave si continua a morire
Il tributo di sangue è di nuovo pesantissimo. Passano gli anni, a volte cambiano le modalità, ma il risultato è costante: alle cave si continua a morire, oggi come cento e duemila anni fa. La frana da migliaia di tonnellate che ha sepolto due lavoratori, due padri di famiglia, assomiglia a quella che si staccò dal monte dei Betogli diciotto anni fa: anche in quel caso furono due le vittime, che tentarono come ultima speranza di ripararsi dietro a un gigantesco escavatore, spazzato via insieme alle loro vite come un fuscello, dalla furia della slavina pesantissima. Immaginate intere montagne nelle quali le masse di materiale sono lì da milioni di anni: non tutto è oro bianco ricercato sui mercati globali, a volte i blocchi pregiati sono coperti da altro tipo di roccia. E allora bisogna cercare la “vena” buona, come dicono i cavatori. A volte, bisogna anche andare su, sulle vette soprastanti i piazzali di cava per togliere potenziali pericoli, detriti o pezzi di roccia che potrebbero cadere sulle teste dei lavoranti. Operazioni complesse.
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La domanda sul mercato internazionale del marmo di Carrara non conosce crisi, il distretto carrarese è al terzo posto in Italia per redditività. In attesa che le inchieste della magistratura e del servizio di prevezione dell’Asl facciano piena luce sul caso, e quindi senza voler assolutamente trarre delle conclusioni che sarebbe ora fuori luogo azzardare, resta da capire se i ritmi di lavoro siano compatibili con la sicurezza e la tutela del bene supremo, la vita umana. Nel lungo processo che seguii per la frana dei Betogli, emerse che nei giorni precedenti vi erano stati dei segnali d’allarme. E per questo era stata collocata l’enorme ruspa che in estrema ratio sarebbe dovuta servire come protezione.
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In questo caso, non conosciamo la premessa ma il tragico risultato. E sappiamo che la corsa al marmo oro bianco non conosce soste. E non abbiamo grande speranza che finalmente il mondo dell’escavazione si interroghi davvero sulla necessità assoluta di salvaguardare prima di tutto la vita umana. Non è accaduto diciotto anni fa dopo i Betogli, non è accaduto lo scorso agosto quando Bruno Maggiani è precipitato da una bancata nello stesso bacino di Colonnata. E neppure a novembre, quando una perlina di filo diamantato ha colpito come un proiettile Nicola Mazzucchelli.
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C’è stata anche un’altra vittima, in un laboratorio al piano, Stefano Mallegni schiacciato fra due lastre. Lavoratori, cavatori, operai, che volevano solo guadagnarsi da vivere e hanno trovato la morte. E stride la differenza fra queste notizie di lutto e sangue e le notizie di cronaca giudiziaria legate alle inchieste sul “nero alle cave”, ovvero sulla sistematica sottofatturazione nella vendita dei blocchi, fino al “Panama Papers”, l’evasione nei paradisi fiscali. Un mondo dorato, di guadagni stratosferici per pochi eletti (e alcuni di questi cercano in tutti i modi di pagare meno tasse possibile), a fronte di centinaia di lavoranti e cavatori a salario che ogni giorno rischiano la vita.
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Il lutto e la tragedia di due famiglie, un altro ferito e ricoverato, l’infarto di uno dei più noti direttori di cava di Carrara. Cos’altro deve succedere perché ci si decida a regolamentare davvero questo mondo delle cave? Cave che vanno avanti con semplici autorizzazioni all’escavazione, senza concessioni perché è in corso un contenzioso alla Corte costituzionale sui cosiddetti beni estimati, cave considerate di proprietà privata. E senza concessioni è un’utopia parlare di contingentamento, di piani di coltivazione e di ripristino. E si continua a morire.
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