Il dolore
Si stacca il costone sepolti due operai
Frana nella cava di Colonnata, un terzo cavatore è grave L’area doveva essere bonificata, inchiesta della Procura
CARRARA. «In li tirn’ pù fora vivi». Non li tirano più fuori vivi. Lo ripetono come una litania i cavatori, qui nel cuore del bacino di Gioia, a Colonnata. In mezzo alle montagne e al marmo. Gli scarponi sono immersi nel fango bianco, gli occhi sono fissi a quel mucchio enorme di sassi, terra e marmo, tanto marmo. Un miscuglio di marrone, oro e bianco, che sotto il sole acceca. Due tonnellate di roba, un costone di monte, un “frodone”, come lo chiamano gli addetti ai lavori che si è sgretolato. Sotto ci sono due di loro. Due cavatori. Un altro, Giuseppe Alberti, 48 anni, è salvo per miracolo: stava lavorando su una tecchia quando il monte è esploso. I soccorritori lo hanno trovato appeso alla fune in cui era imbragato, privo di conoscenza. Lo hanno portato in ospedale con il Pegaso. È ricoverato in rianimazione, ne avrà per trenta giorni. E c’è anche un altra persona coinvolta in questa tragedia: il direttore di cava, il geologo, Carlo Musetti, 62 anni, colpito da un infarto. È ricoverato in ospedale, all’Opa. Chi ieri mattina era su queste bancate, in questa cava, ha capito che quella che si è consumata in pochi secondi è una tragedia che Carrara porterà sulla sua pelle per sempre. Come le altre morti di marmo.
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Sotto la montagna ci sono loro. Due cavatori, due padri di famiglia. Federico Benedetti, 46 anni, “puffetto” come lo conoscono qui in cava per la sua statura, ha un figlio che lavora con lui al monte, e Roberto Ricci Antonioli, 55 anni, una ragazza, Giulia di 21 anni. Non si vede nulla, solo quella montagna sgretolata. E quello che, dal piazzale di cava, sembra un fazzoletto giallo appallottolato in realtà è la macchina da taglio. È precipitata giù insieme agli operai che a fine mattinata stavano tagliando “in piazza”. Volevano pareggiare un pezzo di montagna, quella da cui si estrae un marmo bardigliaccio nero, di scarso valore, per arrivare laddove la cava butta il bianco. In quell’operazione doveva esserci anche il figlio di Federico, Matteo: ma ieri mattina è tornato a casa. Aveva male alle orecchie. Quando si dice il destino. I parenti pensavano fosse anche lui sotto la frana. Federico e Roberto erano scesi dall’escavatore, stavano pulendo la macchina da taglio, il “potò”, per dirla in termini tecnici, quello che come una verga dà i tagli alla montagna, come fosse burro. Non hanno fatto in tempo ad accorgersi di nulla. Il monte è franato sotto ai loro piedi. E li ha inghiottiti con un boato sordo. Chi era al lavoro ha sentito il rumore. Un boato di pancia. «Come un terremoto, ma peggio - dicono i cavatori più esperti - perché qui tutto è diverso. Tutto è amplificato».
Pochi istanti e i due operai non c’erano più. Di loro non si vedeva nulla, nemmeno le scarpe. Per chi arriva qui, dalla parte dove la frana è a solo pochi metri di distanza, in linea d’aria, potrebbe sembrare che non è successo nulla. È un pomeriggio di sole, e venendo su per la strada di Colonnata si incontrano anche un paio di pullman delle gite turistiche. Per arrivare nel piazzale di cava, dietro a quella dove è avvenuto l’incidente, bisogna salire sulla jeep. E percorrere a occhi chiusi per chi non è abituato) quelle strade strette che si affacciano sul ventre delle Apuane. Poi ci si ferma in un piazzale, pieno di fanghiglia bianca. E sembra che tutto sia a posto. Solo sollevando gli occhi si vede la frana. L’escavatore fisso al suo posto. E quella macchinetta ridotta a un fazzoletto giallo acceso. Qui in cava c’è rispetto. I colleghi di lavoro tengono gli occhi fissi in alto. Non hanno bisogno degli occhiali da sole, anche se la luce è talmente forte che rende quasi ubriachi. Parlano tra loro i cavatori, usano quasi un codice. Fatto di mezze parole. Di soprannomi. Di un dialetto stretto. E lo sguardo, tutte quelle paia di occhi, restano inchiodate su, alla frana. «Nei terremoti a volte si creano delle nicchie, potrebbero riuscire a respirare» prova a dire uno dei cavatori più giovani. Ma non convince nessuno. Non certo Stè, uno dei lavoratori della cava vicina che vorrebbe andare su e scavare a mani nude. «Perché lì sotto ci sono due di noi, non si può stare fermi». E, nei gruppetti di operai si parla anche dei segnali, di quei messaggi che la “vecchia amica” montagna manda prima di queste tragedie. Anche questo è un codice. «I sassolini, sono venuti giù i sassolini - dice uno dei cavatori che era sotto, nel piazzale sovrastato dalla frana -. Quando succede è sempre un brutto segnale. Perché poi si stacca il monte». Il rumore, i segnali e l’angoscia. Una comunità intera con il fiato sospeso. Un pomeriggio di dolore e di lacrime, quello di una città che ha avuto fin da subito la consapevolezza di trovarsi di fronte a una tragedia enorme, grande come quella frana di duemila tonnellate di marmo e terra che hanno spaccato il monte della cava Antonioli. Ma anche un pomeriggio di tensione, di speranza: una corsa contro il tempo, fra i cavatori che si offrono di scavare a mani nude per trovare i loro colleghi e chi segue le operazioni dal ventre della montagna, dalle piazze. Le operazioni di messa in sicurezza del monte da cui si è staccata la frana sono cominciate intorno alle 18. Se ne sono occupati i vigili del fuoco che hanno dovuto staccare i pezzi di parete ancora barcollanti. Poi sono entrati in azione i cani: «Perché se c’è qualcuno vivo, sotto le macerie, i cani lo sentono». Per qualche ora tutto è rimasto appeso a questa speranza, tutto è stato affidato a quei cani, pronti a fare il loro dovere. Solo dopo sono entrate in azione le ruspe. E quando le ruspe hanno cominciato a scavare, in quelle cave illuminate come per le occasioni belle, per i concerti e gli spettacoli, in tanti non ce l’hanno fatta a rimanere lì. Il mondo del marmo è stato colpito al cuore. E stamani nessuno andrà al lavoro. Il settore incrocia le braccia. E ancora una volta piange i suoi morti. La cava dove è avvenuto il crollo è stata messa sotto sequestro. Per il sopralluogo è arrivata il pm Alessia Iacopini e sulla vicenda è stata aperta un’indagine. È ancora presto per parlare delle cause. Quel pezzo di monte doveva essere bonificato. Si è staccata una “struscia”, la fodera del monte e ha trascinato con sè gli operai.
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