Il Tirreno

Toscana

Il futuro del giornalismo passa da progetti corali

Fabrizio Brancoli
L'Arco dei Gigli a Perugia
◗
L'Arco dei Gigli a Perugia

Sensazioni e suggestioni dell'edizione 2016 Festival internazionale del giornalismo di Perugia

4 MINUTI DI LETTURA





C'è troppo sole, nella sala di Palazzo Sorbello. La luce del mattino fende l'ambiente con un taglio orizzontale e acceca la platea. Così Greg Barber si aggiusta gli occhiali e sistema la finestra; poi dirotta i raggi sul soffitto, illuminando gli affreschi. Infine si siede davanti al microfono, accanto a Marc Lavallee. Una delle prime frasi che ascolto è la seguente: “Di solito il Washington Post e il New York Times non lavorano assieme...ma, beh, eccoci qui. Questa volta è accaduto”. 

Quando in terza elementare scrissi su un quaderno a righe che da grande avrei fatto il giornalista, non immaginavo che un giorno mi sarei ritrovato al Festival internazionale del giornalismo di Perugia, vicino a una gigantesca redattrice norvegese, un professore israeliano, una collega di Pavia e molti altri, impegnati a prendere appunti davanti a Greg e Marc: un collega del Post e a uno del Times. Per uno come me è come se l'Uomo Ragno e Johan Cruijff prendessero una birra scherzando al tavolo di un bar. L'incrocio di due punti di riferimento.

Scatto una foto, scrivo un tweet. Ci stanno illustrando il Coral Project, una collaborazione di queste due grandi ammiraglie dell'informazione globale con Mozilla per costruire, con i soldi della Knight Foundation, una comunità di condivisione di attività giornalistiche. Di solito si danno battaglia ma in questa cosa lavorano insieme: due anni di confronti, centinaia di iscritti da tutto il mondo, convergenze e scambi sulle tecniche, gli strumenti, le banche dati, le documentazioni. 

Ho trascorso quattro giorni a Perugia seguendo alcuni incontri e perdendone molti altri. Non ho trovato entusiasmante tutto: alcune cose non mi convincono, altre non mi interessano. Esistono modernità che non mi suggestionano, diffido da certi vicoli ciechi. E non mi piace la percezione che i relatori siano una compagnia di giro, intenta, a volte, magari involontariamente, a parlarsi addosso. Ma se c'è una sensazione forte, che porto con me al ritorno, è questa: i giornalisti stanno imparando a lavorare insieme. Fino a qualche anno fa lo consideravo un mestiere più individuale di quello del killer o del portiere di notte, ma le cose stanno cambiando. Lavoreremo insieme. Perché abbiamo capito. Perché ci hanno costretti. Perché ci diverte. Perché ci sentiremo meno indifesi. Perché stiamo perdendo potere e abbiamo paura. Perché ci vogliono mettere da parte, su un lato della società, e devitalizzarci. Perché potremo arrivare dove uno solo di noi, per quanto bravo, non riuscirà. Lavoreremo insieme. Ma insieme a chi? Insieme tra di noi, certo. Ma anche con gli sviluppatori informatici, con i grafici, con i videomaker, con i tecnici, con gli esperti di social network. Con i nostri concorrenti. E con i lettori, soprattutto. 

Una cappa scura ci opprime e ci minaccia. Anche il Boston Globe, quello del caso Spotlight, è in difficoltà. Ci sentiamo sovrastati dalla mancanza di modelli di business che consentano di proiettare scene serene lungo i nostri orizzonti professionali, a garanzia nostra e delle comunità che ancora abbiamo l'orgoglio di rappresentare. Ma in questo labirinto serve anche intravedere luci e intermittenze. Mentre prendevo appunti o mi distraevo, con la traduzione simultanea in cuffia, scorrevano davanti a me delle novità. Ho appreso che si stanno diffondendo i programmi di riconoscimento facciale; o che l'immagine di un individuo con in mano un'arma potrà essere analizzata per fornire informazioni importanti. Il Guardian sta raccontando le storie delle persone uccise dalla polizia negli Usa, con mappa interattiva e approfondimenti. Nuovi algoritmi analizzano i testi per verificarli. Useremo la crittografia per proteggere le fonti. Nel New Jersey un progetto di giornalismo locale ha piazzato dei grandi pesci finti, come arredi urbani, nei quartieri, con microfono e cassetta delle lettere, per raccogliere la voce dei passanti. Ho capito che le statistiche sostengono, un po' a sorpresa, che più lungo è il contenuto di un servizio giornalistico, e più viene condiviso, quindi apprezzato. Ho imparato che un procione morto su un marciapiede canadese può diventare una storia virale e un lutto collettivo. E molte altre cose, assurde e profonde.

Lungo la strada tra l'albergo e il centro storico c'è un arco etrusco, ricostruito nel Medioevo. È l'Arco dei Gigli e secondo qualcuno corrisponde alla Porta del Sole citata da Dante nel Paradiso. Lo si incontra al culmine di una delle tante ripide scalinate di Perugia; ci sono passato a piedi ogni mattina e ogni notte. Abbiamo bisogno di simboli? Sì, credo di sì: eccone uno. È un portale bellissimo ma stretto e complesso. Per passarci devi fare attenzione: in salita rischi di arrivarci stanco o dolorante, in discesa puoi sempre scivolare. 

L'arco del giornalismo è pericoloso e meraviglioso. È lì da molto tempo. L'hanno cambiato un po', ma non è crollato; ha resistito a guerre e sismi. È utile a tutta la comunità. E attraversarlo è un'emozione, ogni giorno.

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Sicurezza

Prato, il questore chiude una discoteca per 30 giorni dopo una lite (con ferito)

di Redazione Prato