Sicurezza
«Quello è il mio posto rientrerò in ufficio e lo farò a testa alta»
LIVORNO. Era il suo primo incarico pubblico. La prima prospettiva di una carriera che s’interrompe in modo brusco. Inspiegabile. Da allora è stata un’estenuante battaglia di carte bollate. Ed i primi...
LIVORNO. Era il suo primo incarico pubblico. La prima prospettiva di una carriera che s’interrompe in modo brusco. Inspiegabile.
Da allora è stata un’estenuante battaglia di carte bollate. Ed i primi anni dopo quel licenziamento «sono stati i più difficili». Poi un nuovo lavoro, nuove prospettive.
Walter Baldo Chioran, oggi, è un professionista di 57 anni di un’azienda che opera nel settore certificazioni appalti pubblici. Vive a Livorno, dove lavora. Quella vicenda l’ha accompagnato per ventuno anni. E non è stato facile conviverci.
Cosa ricorda di quei giorni in Comune a Stazzema?
«Ricordo che la situazione non era delle più semplici. Un conto, infatti, è trovarsi a lavorare in un grande ente pubblico, in una grande città, dove puoi trovare colleghi con esperienze professionali diverse. Che possono darti una mano. Un altro è trovarsi ad operare in un comune piccolo, dove tutti si conoscono, dove ci sono anche rapporti parentali fra dipendenti».
Ha trovato un clima ostile?
«Direi che ho trovato una situazione difficile»
I problemi?
«Un territorio molto ampio. E poi era un costume diffuso che gli amministratori si sovrapponessero frequentemente ai dipendenti nella loro attività. Spesso vedevo amministratori nell’ufficio in cui lavoravo»
Lei, nel ricorso, fa riferimento a consulenze esterne per incarichi che avrebbe potuto (e dovuto) sostenere lei...
«Mi ricordo che c’era stato il problema di una frana in conseguenza ad alcuni eventi alluvionali. Fu incaricato un tecnico esterno per fare rilievi. Mi ricordo che mi chiesero di provvedere alla stesura di una relazione. Io ho contribuito alla stesura di quel documento. Ma quando mi chiesero di apporre la mia firma non lo feci. Non potevo firmare sopralluoghi ai quali non avevo partecipato»
Poi alcune firme compaiono in certi atti...
«Si, ma non erano mie. Io non le avevo mai fatte. A quel punto ho capito che c’era qualcosa che non andava».
Lei attraverso il suo legale ha presentato un esposto alla procura della Repubblica. È stato successivamente indagato per calunnia e poi definitivamente prosciolto. Il fascicolo penale si è chiuso con l’avocazione al procuratore generale ed il reato del falso che è risultato prescritto...
«E’ così. Per me l’accusa di calunnia è stata infamante. Non me lo sarei mai aspettato. E conservo ancora un po’ di dispiacere perché non è stata un’assoluzione piena ma per insufficienza di prove. Però mi aspettavo che si potesse fare chiarezza sulla vicenda di quelle firme. Io ho fatto valere i miei diritti, avevo un po’ di disponibilità economica e una media cultura per procedere. Ma vi immaginate un povero cristo?».
Tuttavia c’è il Tar della Toscana che riconosce l’illegittimità del licenziamento. No?
«Si, quando la giunta deliberò il parere negativo ed è stato deciso il licenziamento ho presentato ricorso».
Chi le comunicò che avrebbe dovuto lasciare?
«Non ricordo esattamente anche perché gli ultimi giorni avevo già capito che le cose non andavano ed avevo preso ferie»
Ci sono voluti ventuno anni per vedersi riconosciuto un diritto: quello di stare al proprio posto di lavoro. Che ne pensa?
«Un tempo incredibile. Già erano lunghissimi gli undici anni per il pronunciamento del Tar. Sentenza che mi dava ragione anche se la giunta successiva presentò ricorso e fu accolta la sospensiva. Poi ci sono voluti altri dieci anni per il pronunciamento del Consiglio di Stato».
Tornerà in quell’ufficio? «Certo, ero uscito in modo illegittimo e rientro a testa alta. È una questione di principio»
(a.r.)
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