Il Tirreno

Toscana

Infermiera killer vertice tra ministro e assessore regionale

L’incontro fissato da tempo: la Lorenzin in via preliminare ascolterà la relazione del generale dei Carabinieri

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FIRENZE. Oggi ascolterà la relazione del generale dei Carabinieri, ieri a Piombino. Poi il ministro della Sanità, Beatrice Lorenzin deciderà come agire. Se mandare gli ispettori in Toscana, per capire cosa non abbia funzionato nel reparto di terapia intensiva dove la Procura indaga sulla morte sospetta di 13 pazienti in meno di due anni. Un provvedimento lo prenderà. La faccenda è troppo grave perché il ministero non se ne occupi direttamente.

Il ministero vuole solo evitare di intralciare le indagini dei Nas. Probabilmente, Beatrice Lorenzin preciserà le sue intenzioni a Stefania Saccardi, l’assessore regionale alla Salute con la quale si deve incontrare oggi. Un appuntamento fissato da tempo. Molto prima che in corsia, a Piombino, si parlasse dell’infermiera killer, accusata di aver ucciso i pazienti con l’eparina. Di cui non sempre c’è piena tracciabilità. Non a caso, in aula , il presidente della Regione, Enrico Rossi lancia una proposta: cambiare perfino i carrelli della distribuzione dei farmaci. Sostituire quelli attuali, da dosaggio manuale, affidato agli infermieri, con quelli elettronici: roba da ultima generazione che potrebbero non solo eliminare gli errori involontari «ma anche essere utili per il controllo della distribuzione, la lotta agli sprechi e l’appropriatezza delle prescrizioni». Tutto, insomma, pur di restituire il buon nome alla sanità toscana ora macchiata da un peccato originale: il ritardo con cui ci si è accorti della presenza di un assassino in ospedale.

Comunque, la relazione in aula dell’assessore Saccardi non tralascia nulla nella ricostruzione della «vicenda orribile». Aggiunge qualche dettaglio e qualche data. Per dimostrare - sottolinea Stefania Saccardi - che «sono passati solo due mesi e mezzo da quando i medici di Piombino si sono accorti del primo decesso sospetto, a gennaio 2015, e la prima denuncia ai Nas, a metà aprile». Due mesi e mezzo, nei quali si sono susseguiti esami su esami per capire «se lo scoagulamento del sangue» nella vittima di gennaio 2015, le anomalie, i valori sballati collegati alla presenza di eparina, fossero dovuti a errori nel dosaggio del farmaco o ad altre cause: effetti collaterali dello stesso farmaco, errori nelle procedure, ad «autoanticorpi che un individuo, in particolari condizioni cliniche, può produrre in modo autonomo».

È per questo che il sangue della paziente deceduta a gennaio 2015 viene analizzato più volte non solo a Piombino e Careggi, ma perfino a Pisa. Senza, però, allertare i medici del dipartimento del rischio clinico, malgrado venga perfino costituito «un gruppo di lavoro interno all’ex Asl di Livorno al quale si aggiunge un’ematologa dell’azienda ospedaliera universitaria pisana».

Ci vuole una seconda vittima per far scattare il campanello d’allarme nella dottoressa di laboratorio di Careggi e far partire l’allerta per rischio clinico, Nas, Asl e Procura. Anche se - osservano i consiglieri regionali Paolo Sarti (Sì Toscana) e Andrea Quartini (M5S) - muoiono altre tre persone prima che sia individuato un possibile responsabile. «Un evento sentinella come questo - denuncia Sarti - doveva essere segnalato subito alla struttura del Rischio clinico che oggi si deve rendere un organismo indipendente». Non collegato alla clinica di Careggi. Perché questo potrebbe farlo sentire lontano dal territorio. O troppo localizzato.

Su questo non sono d’accordo né Stefania Saccardi né Rossi. Anche se il governatore ammette che probabilmente c’è da rivedere il sistema di attivazione del rischio clinico. «Se la procedura non è stata attivata al momento corretto, se non è stato captato il segnale del problema - esordisce il governatore davanti al consiglio regionale - è giusto che chi ha sbagliato paghi. Non è questione di mettere alla gogna nessuno, è questione di garantire sicurezza nelle strutture di sanità pubblica. I direttori delle Asl e dei reparti hanno il dovere di attivare la procedura di rischio clinico appena c’è il segnale di qualche cosa che non funziona e di rimediare. Ora aspetto di capire se il segnale di allarme è stato ponderato: non credo che ci sia una responsabilità intenzionale. Non credo che ci sia stata una volontà di ignorarlo». Piuttosto - prosegue Rossi - è possibile che chi l’ha preso in considerazione «abbia ritenuto di proseguire su altre strade che avrebbero portato risultati migliori». Ma così non è stato.

Perciò la conclusione di Rossi oggi è che quando accadono questi fatti, sia giusto «registrare le procedure». Soprattutto quelle del rischio clinico. Che sia necessario puntare sulla formazione e sul sostegno al personale - come ribadisce anche l’assessore Saccardi - in particolare quello di settori più a rischio di stress da lavoro, potenziando anche il Centro regionale per le criticità relazionali (sempre più autonomo e più vicino al Rischio clinico). «Non potremo fare tutto e subito. Non potremo rimediare subito. Ma sarei contento fra sei mesi di poter dire che siamo riusciti a rialzare un pochino il livello della sicurezza nei nostri ospedali».

Ilaria Bonuccelli

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