Gioco
La festa degli 80 anni poi la crisi senza fine
Nel 2014 il traguardo ma già da tempo gli affari erano in calo Vane le ricapitalizzazioni, i proprietari lavoravano gratis
PIEVE A NIEVOLE. Più di ottant'anni di vita e una chiusura comunicata dall'oggi al domani con una lettera ai 45 dipendenti rimasti, al sindaco e ai mezzi d’informazione. Una storia iniziata nel 1934, che ha raggiunto il suo apice nel 2014 con il festeggiamento degli 80 anni dell’azienda, e finita nel tardo pomeriggio di martedì, con l'annuncio che il giorno dopo i cancelli sarebbero rimasti sprangati e i macchinari fermi «per la sospensione di ogni attività produttiva di natura industriale, commerciale e amministrativa». Il de profundis della Balducci, sinonimo di scarpe per bambino, è un duro colpo non solo per il comparto calzaturiero della Valdinevole e della Toscana, ma per l'intero Made in Italy.
Una decisione però non così improvvisa, quella di una famiglia che ha contribuito a dare lustro a un settore stretto tra le produzioni economiche multinazionali e i brand del lusso. Lo stato di crisi dell'azienda si è acuito negli ultimi anni: nel 2011 le maestranze erano un'ottantina, scese a 60 da metà del 2015, poi alle attuali 45 che martedì daranno vita a un presidio davanti all'azienda. «Da febbraio le persone al lavoro erano una decina, le altre in cassa integrazione straordinaria», dice una dipendente impiegata al magazzino, 49 anni, da 19 alla Balducci.
Dal piccolo laboratorio artigianale aperto da Marino Rossi a Monsummano Terme, alla creazione del marchio da parte del genero Giuliano Balducci negli anni ’60, al grande stabilimento di Pieve a Nievole, inaugurato nel gennaio 1975. Investimento allora quasi naturale per la crescita di un settore con numeri da capogiro, passato dalle calzature ortopediche per l'infanzia a standard sempre più fashion. Cambia il mercato, calano i numeri. Che alla fine registrano un deficit tra produzione e vendita. Oggi siamo alla quarta generazione, con Jacopo Balducci direttore generale e il fratello Riccardo direttore commerciale.
«Ho assistito, nei 17 anni trascorsi come collaboratore della famiglia Balducci, a tantissimi tentativi di affrontare le crisi, sia economiche che di mercato – spiega Emiliano Ferroni, ex It manager dell'impresa – la direzione ha più volte ricapitalizzato e iniettato ingenti quantità di denaro in una realtà che ha sempre avuto una redditività molto bassa. I titolari da anni non prendevano nemmeno compensi personali. Se da un lato ci possono essere state decisioni imprenditoriali non corrette o non tempestive non si può negare che i governi non abbiano fatto nulla per sostenere il Made In Italy. Oltretutto anche la stretta del credito non ha giovato».
E Ferroni prosegue: «L'impoverimento della classe media e la crisi del terziario specializzato ha visto chiudere tanti piccoli negozi che erano il cliente tipico Balducci. La ditta ha provato a esternalizzare le produzioni, per salvare il salvabile, garantire futuro almeno a una parte dei lavoratori, e magari riprendere quote che consentissero di reinvestire in Italia. Andare a produrre all'estero però è una soluzione a breve termine, con il tempo si entra in una nicchia di mercato di infima qualità che a Balducci non è mai appartenuta, dovendo concorrere con chi, in quella nicchia, è organizzato e fa numeri enormi. Balducci è un prodotto che nel suo dna deve avere una qualità artigianale, cura del dettaglio e un gusto tipicamente italiano». Se perde queste caratteristiche, muore.
Per Emanuele Caldarera, capo creativo Balducci, «i fattori che hanno concorso alla drastica decisione sono la crisi economica internazionale da una parte e, dall'altra, la progressiva perdita da parte dell'opinione pubblica del concetto di scarpa sana e di qualità per i propri piccoli. Le giovani mamme oggi acquistano scarpe carine e accattivanti, economiche e fatte in China, ammaliate dalla potenza comunicativa di questi super marchi. In più c'è il fatto che aziende come Balducci non appartengono al mondo dei prodotti di fascia altissima, ed è così molto arduo rimanere sulla cresta dell'onda». E allora, nonostante le ricapitalizzazioni, si parla di oltre 4 milioni, e alcune trattative per la vendita totale o parziale, cessione di quote societarie o vendita del marchio, la Balducci si è arresa. Con la politica che solo oggi prova a trovare una soluzione: è fissato per il 31 marzo un incontro in Regione.
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