Il Tirreno

Toscana

Il ristoratore lucchese a due passi dall'inferno di Bruxelles: "Poteva esserci mio genero"

Ilaria Bonuccelli
Ruggero Nardi e la sua Rosticceria fiorentina a Bruxelles
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Ruggero Nardi e la sua Rosticceria fiorentina a Bruxelles

Ruggero Nardi gestisce la Rosticceria Fiorentina a due passi dai palazzi della Commissione Ue. "Gli ho prestato la macchina perché doveva caricare merce per il ristorante". Il presidente dei lucchesi nel mondo: "La città è paralizzata"

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BRUXELLES. «Sul treno della bomba ci doveva essere Simone, il mio genero. Futuro genero. È il treno che prende tutte le mattine per venire al lavoro. Invece, ieri sera, il 21 marzo, gli ho prestato la macchina perché mi doveva caricare della merce per il ristorante». A Bruxelles esplodono le bombe e Simone Arrosti, di Viareggio, il 22 marzo schiva la morte per le colombe pasquali. Il simbolo della pace. Non esistono le coincidenze. È il primo pensiero di Ruggero Nardi, mentre chiude i bandoni della Rosticceria Fiorentina, il ristorante lucchese a cento metri dalla stazione della metro Schumann e a duecento da quella di Maelbeek, quella in cui è scoppiata la bomba.

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Fa strano vedere chiuso di martedì questo locale storico frequentato da politici e ministri di tutta Europa. Non solo perché si trova nei pressi del Parlamento e della Commissione Europea, in una posizione strategica che forse neppure i genitori di Ruggero avevano pensato nel 1962 quando sono emigrati da Bagni di Lucca per aprirlo. A metà mattina non passa neppure un tram. Ma non c’è quiete. Polizia e ambulanze sono il nuovo scenario urbano. Su un fondale di uffici, negozi, locali serrati. «La strada è un deserto perché la polizia ha bloccato tutto - esordisce Ruggero Nardi - da quando c’è stata l’esplosione nella metropolitana. Ma ci crede? Da qui, a cento metri, non abbiamo sentito nulla. Abbiamo saputo della tragedia da una ragazza che lavora qui da noi. L’ha chiamata una ragazza che lavora all’aeroporto. È esplosa una bomba a 50 metri dal suo desk. Lei è rimasta illesa e ha avvertito la nostra cameriera». Per questo i Nardi accendono il televisore verso le nove. E subito dopo vedono arrivare le ambulanze. Questa volta dirette verso la metropolitana. «Abbiamo capito che era successo qualche cosa al treno. Abbiamo pensato che era l’orario dei nostri ragazzi. Quello della ragazza che lavora da noi, ma che proprio oggi, il 22 marzo, ha anticipato l’arrivo di un quarto d’ora. E il treno di Simone che ha preso un appartamentino fuori da Bruxelles». Il racconto si interrompe. Esce un sospiro di sollievo. «Siamo stati fortunati. Simone non c’era su quel treno. Lo prende sempre, tutti i giorni. Oggi, questo 22 marzo no. Ieri sera gli ho prestato l’auto per fare una commissione per il ristorante. Fuori Bruxelles c’è un italiano che produce colombe pasquali molto buone: gli ho chiesto di andare a caricarne alcune per portarle qui. È per questo che stamani non è venuto. Incredibile, vero?».

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Lo continua a ripetere Ruggero. «Simone si è salvato grazie alle colombe pasquali». Mentre fuori il silenzio irreale del centro di Bruxelles è interrotto solo dalle sirene delle ambulanze. «Noi non siamo andati neppure a vedere che cosa è accaduto. La polizia ce lo avrebbe impedito. Ha messo subito i cordoni. Non faceva passare nessuno. Doveva essere lasciato tutto libero per i soccorsi. Per la polizia». Le parole di Rolando si fanno via via più concitate mentre ammette: «Ora iniziamo ad avere paura perché chi è a Bruxelles che non prende un treno (la metro)? Con il traffico caotico che c’è è impossibile girare in macchina. E chi non va all’aeroporto? Io devo accompagnare mia figlia fra qualche giorno: deve partire per le vacanze di Pasqua, ma chissà se lo riapriranno. Che confusione».

Una confusione irreale. Che si consuma nel gelo. Nel silenzio di cristallo. Con il traffico improvvisamente sparito. Le strade senza le auto. Le autorità che invitano le persone a lasciare gli uffici e a non uscire di casa. «Anche in periferia, a una quindicina di minuti dalla stazione della metro colpita - conferma Sergio Scocci, presidente dell’associazione Lucchesi nel mondo - non passa un’auto. È tutto paralizzato. Sono chiuse tutte le circonvallazioni, sono bloccati tram e bus. Tutto fermo. Sembra di vivere in un mondo irreale». Eppure qua l’eco delle bombe alla metro è relativamente lontano. Ma l’atmosfera è arrivata in un batter d’occhio. «Eppure chi abita da queste parti - riprende Scocci - di prima mattina non si era accorto di nulla. Non poteva accorgersi di nulla, a meno di non essere sintonizzato sulla radio o di avere il televisore acceso. Noi, addirittura, siamo stati informati della tragedia da nostra figlia che abita in Australia». Potere della globalizzazione.

In casa Scocci la notizia dell’attentato a pochi chilometri arriva da un altro continente. «Squilla il telefono di mattina. Nostra figlia - racconta Scocci - ci chiede come stavamo. Se eravamo sani e salvi. L’aveva avvertita una sua amica che vive in Belgio: l’aveva chiamata per avere informazioni su di noi. Così si è precipitata al telefono. E noi, a nostra volta, dopo averla rassicurata, abbiamo acceso il televisore. Poi abbiamo iniziato a chiamare amici e parenti. Al momento non ci risultano feriti fra le persone che conosciamo. Ma ancora è presto. Non esistono elenchi ufficiali dei feriti. La giornata è ancora lunga. E le comunicazioni non sono facilissime. Ad esempio i cellulari sono saltati. Funzionano solo i telefoni fissi».

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di Redazione web