Italia
Ritardò gli interventi, indagato primario di cardiochirurgia a Careggi
Secondo l'accusa avrebbe inserito due malati nelle liste di attesa, nonostante le loro gravi condizioni. I due pazienti erano poi morti. Altri erano stati invece convinti a farsi operare in regime di libera professione
FIRENZE. Avrebbe ritardato di un mese due interventi chirurgici inserendo i pazienti, nonostante la gravità delle loro patologie da lui stessa riscontrata, nelle liste di attesa e cagionando, "o comunque concorrendo", viste le gravi condizioni a causare il loro decesso. E' questa una delle accuse rivolte dal pm Luigi Bocciolini della procura di Firenze al direttore della struttura organizzativa dipartimentale di Cardiochirurgia dell'Azienda ospedaliera di Careggi, Pierluigi Stefano. L'inchiesta partita dopo la morte di un uomo nel gennaio 2012 e la denuncia dei suoi familiari, ha coinvolto anche una donna, morta nel novembre 2009.
Il pm, che ha allegato anche una perizia firmata dai medici legali Alessandro Oliva e Francesco Alessandrini, ha già inviato l'avviso di conclusione indagini. A Stefano oltre all'omicidio colposo viene contestato anche l'abuso di potere e la violazione dei doveri inerenti alla funzione pubblica per la gestione delle liste d'attesa. In sostanza altri pazienti, che avevano sottoscritto un'assicurazione privata, sarebbero stati convinti dal cardiochirurgo a sottoporsi a un intervento in regime di libera professione, saltando così la lista di attesa.
Stefano, tramite il suo difensore, l'avvocato Sigfrido Fenyes, ha chiesto di essere sentito dal pm: "L'interrogatorio è stato programmato per il primo di aprile davanti ai carabinieri del Nas e lì forniremo la nostra versione", ha detto Fenyes. L'avviso di conclusione delle indagini è stato notificato anche a due dipendenti dell'Azienda di Careggi dopo che i familiari dell'uomo morto nel 2012, rappresentati dall'avvocato Mario Taddeucci Sassolini, avevano chiesto l'accesso alle liste degli interventi. Accesso che i due, in concorso, non avrebbero fornito nel termine previsto di 30 giorni, senza esporre "le ragioni del ritardo"..
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