Sicurezza
Progetti anti erosione: Pisa e Firenze divise sul da farsi
Il biologo Sarti: «Non serve un approccio solo ingegneristico»
Pranzini: «Il problema? I fiumi non portano più sabbia al mare»
PISA. «Non c’è un’opera che abbia funzionato a dovere contro l’erosione in questi ultimi 20-30 anni». A volte basta una frase per dichiarare una guerra. All’università di Pisa, gliene basta una corta. Giovanni Sarti, biologo del Dipartimento di Scienze della Terra, è a capo di un gruppo di lavoro che chiede fondi all’Unione Europea per un nuovo approccio e nuove soluzioni al fenomeno dell’erosione della costa.
Come partner non ha la Regione. O meglio, non ha la Regione Toscana che collabora con l’università di Firenze per risolvere il problema dell’arretramento della linea di costa: nella zona del Gombo (area di parco naturale a Pisa) oltre un chilometro e mezzo in poco più di un secolo. L’ateneo pisano collabora con Liguria, Sardegna, Alghero e Nizza per ottenere fondi con cui «ribaltare l’approccio molto ingegneristico dell’università di Firenze. Non si può risolvere l’erosione con un approccio monotematico - insiste Sarti - ma è necessario avere una visione più di insieme». In sostanza - è il pensiero dell’Università di Pisa - «il sistema che influisce sull’erosione è dinamico, è composto dall’insieme dei fiumi e monti che producono i materiali redistribuiti in mare. Purtroppo - osserva Sarti - non è conosciuto il dato di quanto sedimento arriva in mare, né di quanto se ne vada. È inutile, quindi, presentare un progetto anti-erosione con calcoli precisissimi per costruire barriere o altre opere, se, però, non si conosce “il budget” complessivo del sistema naturale». Ad esempio, per il sistema di Forte dei Marmi, uno dei Comuni che aderisce al progetto (e alla prospettiva pisana) il sotto-sistema di riferimento è quello che va da Carrara a Forte; l’altro sotto-sistema è quello che va da Forte a Pisa. E così via proseguendo per la costa. «Non avendo costruito neppure un’opera in base a questo criterio - evidenzia Sarti - c’è solo l’imbarazzo della scelta per trovare la peggiore. Infatti, se per un verso l’opera ha funzionato, per un altro ha creato tali problemi che hanno costretto alla realizzazione di opere per rimediare».
In effetti, anche la Regione sa di dover rimettere mano agli interventi. Tanto da aver avviato un censimento di quello che è stato fatto (e progettato dalle Province). E da aver intrapreso una riflessione su come intervenire. Promette di aver pronta una relazione in poche settimane. Solo che per questo piano si affida all’università di Firenze e al gruppo del professor Enzo Pranzini, anche membro del comitato scientifico di Legambiente. Che per i suoi interventi parte da un dato: «L’erosione dipende soprattutto dal fatto che i fiumi non portano più sabbia a mare». Il caso del fiume Cecina è forse uno dei più evidenti, con l’arretramento della linea di costa. In particolare nel tratto a sud di Cecina, quello di Tombolo meridionale, nella riserva biogenetica, che non è mai stato difeso da opere. «In effetti - ammette Pranzini - in quella zona dobbiamo capire se sia il caso di intervenire o se, vista la delicatezza dell’ambiente, si possa lasciare fare all’erosione il suo corso».
Quello che è certo - evidenzia il professore -è che non si deve «temere l’effetto immediato delle mareggiate perché, soprattutto quando sono violente, spesso la sabbia viene portata a largo e poi, piano piano, viene riportata dalle onde sul litorale». Il problema, semmai, è che queste movimentazioni naturali non bastano a compensare la carenza di apporto di materiale da parte dei fiumi. Ecco perché c’è bisogno di opere. Purché realizzate in modo corretto. «A Capalbio l’intervento anti-erosione ha suscitato consensi nei balneari. Più problematico, invece - dice Pranzini - è risultato quello di Massa, dove si sono rivelati un fallimento i “geocontenitori” pieni di sabbia piazzati come pennelli sommersi: si sono sgonfiati, la sabbia (molto sottile) si è spostata. Non a caso, si è deciso di sostituirli con opere in massi prolungate anche sott’acqua». La zona è sotto stretto monitoraggio, soprattutto quella a sud, più a ridosso della Versilia. Ma per questa area c’è anche un altro progetto «di imminente approvazione: l’escavo del canale di accesso al porto di Carrara. L’aumento della profondità ci consentirà di recuperare fino a 1,5 milioni di tonnellate di sabbia che verrà portata a largo di Marina di Massa, in modo che venga riportata lentamente verso il litorale».
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