Il Tirreno

Toscana

Due padri e tre figli, è una famiglia felice

di ELISABETTA GIORGI
Due padri e tre figli, è una famiglia felice

Sposati all’estero, i bimbi nati con la maternità surrogata

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di ELISABETTA GIORGI

All’estero sono riconosciuti entrambi come coniugi (marito e marito) e genitori, con pieno diritto sui loro bambini. In Italia invece - dove la legge Cirinnà sulle unioni civili continua il suo iter senza stepchild - godono di diritti “a metà” sui figli, visto che la paternità è ancora e sempre attribuita a un solo genitore.

Marco e Icilio hanno 3 bambini nati in Canada con la maternità surrogata e vivono a Grosseto. Qua la loro famiglia non esiste, almeno nel senso più completo del termine, e la coppia vive una vita spaccata e parziale, con tre figli che vedono riconosciuto un solo babbo. Eppure nella loro casa in centro a Grosseto, piena di giochi e letti colorati a forma di spider, si respira un’aria serena. «Ci sentiamo un esempio di famiglia felice che vive e lavora nella tranquillità di tutti i giorni», dicono loro. In un momento in cui si discute di unioni civili, «portiamo volentieri la nostra testimonianza per sensibilizzare la gente».

La coppia si sente felice, a Grosseto. Unica ombra è quando ha chiesto di iscrivere uno dei figli a una scuola paritaria cattolica e l’istituto non ha accolto l’iscrizione per mancanza di posti, mentre giorni dopo accettava la richiesta di un’altra mamma. Discriminazione sessuale? La scuola nega, ma il fatto è da chiarire.

Un amore che dura da 14 anni. Marco Convertiti, grossetano di 40anni, e Icilio Mann, australiano di 47anni, si sono sposati all’estero e hanno avuto i loro tre figli a Toronto. Colti e brillanti, hanno girato il mondo per lavoro (Milano, Londra, Stati Uniti) prima di tornare a Grosseto. Marco è laureato in scienze economiche e bancarie e lavora per Acquedotto del Fiora, mentre Icilio (ingegnere per Novartis) fa avanti e indietro con Rosia, provincia di Siena. La scintilla è scoccata nel 2002 quando i due si sono conosciuti una sera a Roma, poi Icilio è tornato in Australia. All’epoca «la nostra storia sembrava senza futuro», racconta Marco, ma non era così.

Due matrimoni all’estero. «Ci siamo sposati due volte - racconta Marco - Anzi tre. La prima è stata a Londra, anche se non è stata un vero matrimonio ma una civil partnership, ovvero un’unione civile a Westminster nel settembre 2010. La seconda volta è stata un mese dopo in Svezia perché volevamo sposarci con un matrimonio vero. La terza di nuovo In Inghilterra quando è stato introdotto il matrimonio, così abbiamo convertito le unioni civili in nozze».

Poi i figli. Marco: «Avevo sempre sognato una famiglia con dei figli, ma pensavo che fosse un sogno irrealizzabile». È stato l’incontro della vita a creare quell’alchimia fatale che rende possibile ogni magia. Ma nulla è stato facile. Di fronte alla prospettiva di avere un figlio, Marco e Icilio hanno combattuto con spettri e paure. E riflettuto due anni. Può un bambino crescere in modo salutare in una famiglia omogenitoriale? «Per rispondere a questo dubbio abbiamo conosciuto tante persone, siamo entrati in contatto con l’associazione Famiglie Arcobaleno (di genitori omosessuali, ndr) e siamo andati a vedere i loro figli. Solo alla fine ci siamo detti ok: si parte».

Perché il Canada? Icilio: «Anche grazie a Famiglie Arcobaleno conoscevamo persone che erano andate in Canada e ci sembrava un posto dove la Gpa (Gestazione per altri o maternità surrogata) era consentita nel modo più corretto possibile, altruistico e regolamentato per tutelare i diritti di tutti, sia degli intended parents (i futuri genitori che siamo noi) sia della “portatrice” che porta il bambino in grembo». In Canada esiste un check continuo e tutto è sottoposto a ferrea disciplina. Separare la donatrice dalla portatrice è best practice, in Canada. Fondamentale poi l’aspetto “vocazionale”: non c’è compenso per la gestante, ma «rimborsi spese per coprire i costi». La donna non percepisce guadagno e «porta in grembo i figli per amore verso il prossimo».

Una famiglia allargata. Jenny è una signora dell’Ontario che lavora nella sanità locale: è stata lei a contattare Marco e Icilio tramite un’agenzia cui i due si erano rivolti. Prima di dare alla luce il primogenito della coppia, la donna aveva partorito 3 figli propri. Poi ha condotto una gestazione per una coppia etero con problemi di fertilità. E sempre lei ha proposto un’altra gravidanza ai due: «Se volete, per voi lo rifaccio..». E sono nati i gemellini.

Jenny ha partorito 7 volte, per sé e per altri. Essere una “portatrice” è sempre stato il suo sogno per far felici quelle coppie che (o omosessuali, o eterosessuali con problemi riproduttivi, che è la percentuale maggiore di Gpa) non potevano avere figli. Con Marco e Icilio è nata un’amicizia strettissima. «Viviamo in una famiglia allargata - raccontano i coniugi - Con lei ci sentiamo regolarmente e i nostri bimbi sanno chi li ha portati in pancia».

Lingua matrigna. Per Icilio e Marco, come per molti altri nella loro condizione, c ’è in giro un gran caos terminologico. E parlare di “utero in affitto” è un’espressione «sbagliata». In paesi come il Canada in cui la pratica è regolamentata, «nessuno affitta niente e non c’è compenso mentre è giusto parlare di maternità surrogata o appunto Gpa». La convinzione della coppia grossetana - di recente scesa in piazza per appoggiare la Cirinnà - è che vi sia «un chiaro utilizzo di una certa terminologia in modo mistificatorio per far uscire un messaggio sbagliato: quello dello sfruttamento di un corpo a fini economici che può sì avvenire in certe zone del mondo, ma che in altre è combattuto con regole di ferro».

Niente posto a scuola. La coppia a gennaio ha chiesto di iscrivere uno dei bimbi alla prima classe di una scuola elementare paritaria cattolica, a Grosseto, ma l’iscrizione non è stata accolta per mancanza di posti. Nei giorni successivi l’istituto accettava però la richiesta di un’altra mamma: per suo figlio il posto c’era.

Le scuole paritarie prendono finanziamenti pubblici e non prevedono discrezionalità negli accessi, come stabilito dalla legge 62 del 2000. Cos’è successo? I coniugi grossetani spiegano d’aver provato un sentimento di discriminazione, anche se la direttrice nega e parla di un eventuale disguido. La faccenda è in corso di verifica.

Una famiglia “spaccata”. Marco e Icilio risultano sposati e genitori in Canada, Australia e Inghilterra dove hanno vissuto, ma non in Italia. A sole due ore d’aereo da Londra, una famiglia riconosciuta diventa una famiglia fantasma o quasi.

«Quando vivevamo in Inghilterra - racconta Marco - siamo andati in tribunale per ottenere il parental order, un riconoscimento della potestà genitoriale, e l’abbiamo ottenuto: il tribunale inglese ci ha riconosciuto entrambi genitori. In Italia no: per i bimbi risulta un genitore solo, quello biologico. Se dovesse venire a mancare il padre registrato, i figli diventerebbero adottabili e l’altro babbo non registrato col quale hanno sempre vissuto avrebbe meno diritti di un lontano familiare del defunto, magari a loro sconosciuto».

La famiglia Convertiti-Mann si considera comunque più fortunata rispetto alla media della famiglia omogenitoriale italiana, avendo Icilio 3 cittadinanze, idem il bimbo più grande e 4 i gemellini.

«Ciò ci consente di avere più tutele che possiamo cercare di far valere se necessario». Ma è un’eccezione. Da qui la necessità di una regolamentazione «per i figli affinché abbiano diritti nei confronti di tutti e due i genitori».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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