Proteste
Dal Serchio affiora un corpo senza testa
Il cadavere in avanzato stato di decomposizione è rimasto per mesi nell’acqua. Solo l’esame del dna potrà dare risposte
LUCCA. Un cadavere senza testa, un corpo senza nome, un mistero senza soluzione. Almeno per ora: ci vorranno giorni, o più probabilmente settimane, prima che l’esame del Dna permetta di identificare il corpo ritrovato ieri mattina sulla riva del Serchio, a San Pietro a Vico, all’altezza del distributore del gas. A fare la macabra scoperta è stato Attila, un cane corso di otto anni che durante la sgambata mattutina (erano le 10,30) si è allontanato dal suo padrone per avvicinarsi al greto del fiume, dove ha fiutato qualcosa di strano. Lì, vicino a un grosso tronco d’albero e semi nascosto dalla foglie portate dalla corrente, l’animale ha trovato i resti di una persona in avanzato stato di saponificazione a causa della lunga permanenza in acqua.
Un corpo talmente mal ridotto da essere irriconoscibile: privo della testa, della mano destra e con gli arti inferiori in gran parte scarnificati. Impossibile determinarne anche solo il sesso o l’età. Indosso aveva una cintura di pelle (presumibilmente da uomo) con attaccati alcuni brandelli di pantaloni (forse jeans o forse velluto) e un calzino di spugna infilato in quel che restava di un piede. Uno scempio compiuto dal fiume e dai pesci, più che da mano umana, anche se al momento non si esclude alcuna ipotesi. Subito sono state allertate le forze dell’ordine. La questura ha inviato sul posto gli investigatori della squadra mobile e gli uomini della scientifica. Nel frattempo è stata avvisata la Procura di Lucca: se ne occupail pubblico ministero Elena Leone, che ha dato mandato per l'autopsia al dottor D'Errico. Arrivato sul luogo del ritrovamento il medico legale non si è voluto sbilanciare, ma lo stato dei tessuti lascia intendere che il cadavere sia rimasto in acqua per diverso tempo: da 3 a 18 mesi. Proprio sulle persone scomparse in questo arco di tempo si concentrano le indagini della polizia: una decina i nomi finiti sul taccuino degli investigatori, primo fra tutti quello di Enrico Bettini, l’operaio di Coreglia svanito nel nulla nel novembre 2014. La sua auto fu ritrovata a Borgo a Mozzano, parcheggiata a due passi dal fiume, all’ombra del Ponte del Diavolo. Al momento, però, si tratta di ipotesi. Inizialmente, vista l’assenza della testa e di una mano, si era pensato che potesse trattarsi di una barbara esecuzione. In questo senso le cronache lucchesi fornivano anche un macabro precedente: nel febbraio del 1988 il corpo di Carlo Alberto Bertini, 57 anni, rappresentante di materiali edili, venne ritrovato sul greto del fiume. Decapitato. Un omicidio rimasto irrisolto. «Ma se qualcuno avesse voluto rendere il cadavere “non identificabile” gli avrebbe mozzato entrambe le mani», fanno notare le forze dell’ordine. La sinistra, invece, è ancora al suo posto, anche se le impronte digitali non sono rilevabili. Anche l’ipotesi della decapitazione non è molto accreditata: il medico legale ha lasciato intendere che la testa potrebbe essersi staccata a seguito della lunga permanenza in acqua. Saranno l’autopsia e gli esami radiologici a svelare eventuali ferite da taglio o da arma da fuoco. Per arrivare all’identificazione, invece, servirà il confronto tra il Dna del corpo e quello dei familiari delle persone scomparse. Non resta che attendere.
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