Il Tirreno

Toscana

A Dunkerque, nell'inferno del campo profughi francese

Melania Carnevali
Il campo profughi di Dunkerque (foto Melania Carnevali)
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Il campo profughi di Dunkerque (foto Melania Carnevali)

Una nostra cronista nel maxi accampamento dove migliaia di migranti vivono in condizioni disumane. Tra loro anche centinaia di bambini

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DUNKERQUE. Mohammad passeggia avanti e indietro accanto al recinto, affonda i piedi nel fango dentro i suoi scarponcini di gomma più grandi di almeno tre taglie. Ha quattro anni e viene dall’Iraq. Da sei mesi vive lì, nel campo profughi di Grande Synthe, nel nord-est della Francia, e il suo unico passatempo è quello: immergere le gambe nella poltiglia marrone e osservarle quando escono appesantite dalla melma. “Merheba!”, ci dice quando incrocia il nostro sguardo, ciao in curdo. E poi fugge timido dentro l’accampamento.

TERZO MONDO? NO, LA FRANCIA

Sullo sfondo, una distesa infinita di tende da campeggio piazzate su pozze di fango, tra discariche di cibo putrido e vestiti logori e sporchi. Alcune talmente fini da vederci le ombre dentro. Altre con la canne fumarie che spuntano fuori sghembe. Nuvoloni neri sputano schegge di ghiaccio e il vento trascina fuori un odore di latrina e vomito. Sembra di essere arrivati nel Terzo mondo e invece no, è proprio la Francia. L’elegante arrondisement di Dunkerque, con le sue villette a schiera in stile fiammingo, tutte uguali, tutte precise, tutte belle, giardino ben curato, staccionata bassa, auto lucida parcheggiata davanti al garage e zerbino di bienvenue sempre pulito. Pure i cani sembrano essere sempre appena usciti dal lavaggio. La chiamano, gli italiani, la Viareggio francese perché anche lei patria del Carnevale: festa dissacrante con maschere, balli, carri, tamburi e aringhe affumicate, nata in memoria dei pescatori che nel Cinquecento salpavano a bordo dei loro pescherecci alla volta dell’Islanda e a cui gli armatori offrivano, prima della partenza, una cena.

Ce l’aveva nel dna, Dunkerque, di essere terra di speranza. Nel 1940 le truppe alleate, circondate via terra dalle unità corazzate tedesche, si salvarono infilandosi tra i campi di mine disseminate lungo lo stretto di Calais e approdarono sulle coste inglesi. L’Inghilterra, all’epoca, accolse tutti a braccia aperte tanto che per lei fu coniato l’espressione “spirito di Dunkerque”, per indicare lo spirito di accoglienza e la tenacia con cui il Paese sconfisse il nemico. Adesso il confine fra amico e nemico sfuma, l’Inghilterra respinge umani come la peste e Dunkerque da terra di dipartita, si è trasformata in una sacca di approdi disperati. 

VIDEO Come si vive nel campo profughi

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10 DOCCE PER 2500 PERSONE

In un bosco che – secondo i progetti dell’amministrazione comunale guidata dal sindaco ecologista, Damien Careme  - doveva diventare il quartiere sostenibile della città, sono ammassati circa 2.500 migranti, di cui 300 bambini, che sognano di attraversare la Manica e arrivare in Inghilterra. Sono soprattutto curdi e vengono da Siria, Iraq, Iran. Molti sono peshmerga, o figli di peshmerga, i combattenti del Kurdistan iracheno, prima in lotta contro Saddam Hussein e ora contro il Daesh.

I primi profughi sono arrivati a Grande Synthe l’estate scorsa. Erano un’ottantina in un accampamento provvisorio. In nemmeno sei mesi il numero è schizzato a duemila, tanto da costringere il primo cittadino a progettare in fretta e furia un campo in linea con le norme Unhcr. Il campo adesso ha solo due stazioni di acqua potabile, una trentina di bagni chimici, circa uno ogni cento persone, e una decina di docce. Ognuno ha a disposizione 5 minuti al giorno per lavarsi: gli unici minuti di calore in 24 ore di gelo. Le condizioni igienico sanitarie sono pessime: pioggia, fango, topi che si infilano nelle tende per scappare dal freddo. Scabbia e bronchiti sono all’ordine del giorno. Lì dentro la Francia è sparita. “Ho avuto modo di vedere un campo in Etiopia in condizioni simili- commenta Mathieu Balthazard, coordinatore del team di Medici senza frontiere che presta cure nel campo - ma qui la situazione è peggiore: c’è meno organizzazione. Sta diventando ogni giorno sempre più traumatizzante”.

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5/6 MILE STERLINE PER FUGGIRE VERSO LA MANICA

Capirsi poi non è facile. Solo i giovani parlano inglese e sono disposti a raccontare la loro storia, purché le telecamere siano spente. “Se qualcuno ci vede in giro al porto e riconosce che siamo profughi, ci rispediscono indietro”, spiega Ruzbeh, 30 anni, iraniano, il vicino di tenda del piccolo Mohammad che nel frattempo gioca con una scatola di latta per occupare il tempo.  “Ogni notte c’è qualcuno che prova a lasciare questo posto – continua – In genere, nel pomeriggio, ci vengono a chiamare: ci dicono l’ora e il luogo in cui passa il camion che ci carica per attraversare la Manica. Ma il più delle volte qualcosa va storto e dobbiamo tornare al campo. In quanti stiamo dentro al camion? Anche in 300”. E quanto pagate? “Cinque o sei mila sterline”.

Non tutti possono permetterselo. Non può ad esempio Abdul, iracheno di 16 anni, arrivato a Grande Synthe a ottobre, da solo, senza un bagaglio e senza un euro in tasca. “La famiglia? Finita tutta”, racconta con gli occhi lucidi. Sterminata dal Daesh, uno a uno: padre, madre e due sorelle. “La più grande è stata stuprata – continua - poi le hanno tagliato il seno: l’ho trovato sul tavolo della cucina quando sono tornato a casa”. Abdul adesso dorme in una tenda da quattro con altre sette persone e aspetta, ogni giorno, che qualcosa succeda.

SENZA UNA SPERANZA

Nel campo c’è un innaturale silenzio, interrotto solo dello splash dei piedi nel fango, come se anche i rumori fossero rimasti appiccicati alla melma come mosche sulle trappole adesive. In sottofondo solo lo scricchiolio della legna bagnata sul fuoco e, di tanto in tanto, il lamento di qualche bambino. In due tendoni più grandi piazzati ai due estremi del campo, i volontari distribuiscono continuamente vestiti asciutti e coperte e cibo tre volte al giorno, senza un criterio: chi prima arriva, prima prende. I magazzini sono sempre pieni grazie alle donazioni. Quello che inizia a mancare però è la speranza, soffocata da una rassegnazione disumanizzante.

“Dovrò partorire qui”, racconta toccandosi il pancione Soad, irachena, mamma di tre figli e in attesa del quarto. Suo marito, Abbas, iraniano, era un comandante peshmerga ed è rimasto ferito durante un attentato del Daesh nel maggio del 2015, a pochi chilometri da Kirkuk, in Iraq. Una bomba è esplosa a una manciata di metri di distanza dal suo appostamento aprendogli la testa. Dopo due mesi di coma, la decisione di partire.

Sono arrivati nel campo i primi giorni di gennaio dopo un viaggio di sei mesi a zig zag per l’Europa: prima la Turchia a piedi, poi in gommone fino in Grecia, poi Serbia, Macedonia, Austria in autobus. Da lì in Germania, poi in Italia, poi di nuovo in Germania e infine in Francia. “Great Britain is good, Germany no”, spiega Abbas sfogliando il suo vocabolario di arabo-inglese ingiallito dall’acqua. “Here hell”, qui l’inferno, continua. Il figlio maggiore, di sei anni, ci ruba la fotocamera e inizia scattare foto a casaccio mentre le bimbe, di 2 e 3 anni, infilano ciocchetti nella stufa a legna. La noia si tocca nel silenzio.

Mentre cerchiamo di capirci fra gesti, disegni e una mappa sgualcita si sente un boato in lontananza.  “Sarà una bombola del gas”, dice Abbas scrollando le spalle con una pacatezza come se a scoppiare fosse stata una lattina di Coca Cola. Guardiamo fuori dalla tenda; un gatto grufola fra l’immondizia e dei ragazzi hanno appena finito di fare una scritta su un container arrugginito: “Hello, welcome in France, the human rights…”, ciao, benvenuti in Francia, i diritti umani…

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