Il Tirreno

Toscana

Strage uranio impoverito: Mario è la vittima numero 328

di Alfredo Faetti
Mario Mele
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Mario Mele

Maresciallo della Folgore stroncato a 59 anni dopo molte missioni in zone a rischio. Viveva a Cascina ed era di stanza a Livorno. Due anni fa i primi sintomi della leucemia

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LIVORNO. Nel suo studio di Sesto Fiorentino Domenico Leggiero conta le vittime come fossero petali. Trecentoventisei, trecentoventisette... L’ultimo è caduto ieri all’alba, nel suo letto a Casciavola, frazione di Cascina. Mario Mele, 59 anni, maresciallo paracadutista della Folgore di stanza a Livorno, è divenuto così la vittima numero 328, stroncato da una leucemia che lo ha consumato nel giro di due anni. «È più di un sospetto che la malattia sia stata contratta per colpa dell’uranio impoverito, alle cui polveri è rimasto esposto durante le missioni internazionali» spiega Leggiero, che è coordinatore nonché uno dei fondatori dell’Osservatorio militare che si occupa di queste morti sospette.

«È una drammatica contabilità: sono già nove i decessi per colpa dell’uranio solo da dicembre ad oggi e quasi 3.800 i malati» continua Leggiero. Militari che hanno un passato in comune, anche se non condiviso, scandito da anni di servizio trascorsi in missione all’estero alla fine degli anni Novanta, in quei territori dei Balcani e del Medio Oriente devastati dalle guerre. Mele ad esempio è stato impegnato in Somalia, Kosovo, Afghanistan, Iraq e Albania. Le stesse zone dove era andato in missione in quel periodo Francesco Rosito, livornese della 46ª Aerobrigata di Pisa, scomparso la settimana scorsa a 46 anni: la vittima numero 327. Due casi nel giro di pochi giorni, che richiamano quello di Pasquale Cinelli, carabiniere paracadutista del Tuscania morto nel novembre del 2000: un caso per cui il ministero della Difesa, poche settimane fa, è stato condannato a pagare quasi 900.000 euro alla famiglia che vive a Rosignano.

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Anche Mele ha provato ad avere giustizia dallo Stato. «Aveva in corso una causa di riconoscimento dei danni da contatto con uranio impoverito e sostanze cancerogene» spiega Leggiero, che ha seguito e visto cadere tutti e tre questi petali. Perché c’è un altro fattore a collegare tutte queste storie: «nessuno ha mai informato né dato le giuste protezioni dall’uranio». Parole pronunciate dai familiari di Mele, di Rosito, di Cinelli e da tanti altri. «Abbiamo seguito tutti questi casi e nessuno, prima delle missioni, sapeva a cosa andava incontro» spiega il coordinatore dell’Osservatorio.

Leggiero è stato un pilota militare fino a circa venti anni fa, quando ha dirottato altrove il suo impegno insieme ad altri colleghi. «In quel periodo hanno iniziato a verificarsi queste morti sospette, accomunate dal fatto che le vittime erano state in missione nei teatri operativi». Ossia le zone di guerra in cui i caccia Nato sganciarono bombe potenziate dall’uranio impoverito. «E quando lo Stato Maggiore non ci diede risposte convincenti, abbiamo creato l’Osservatorio militare insieme ad un esponente della Finanza e dello stato civile». Era il 2000 e allora l’associazionismo non era previsto nell’esercito, così il nuovo soggetto prese le sembianze di un centro studi, che oggi fa da consulente alla commissione d’inchiesta parlamentare sull’uranio impoverito. «Nel giro di poco tempo siamo divenuti il punto di riferimento per le molte persone che tornate dall’estero hanno iniziato ad accusare i sintomi da intossicazione» spiega Leggiero.

[[atex:gelocal:il-tirreno:regione:toscana:1.13008371:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/toscana/2016/02/23/news/tradito-da-un-lavoro-che-amava-e-in-cui-credeva-1.13008371]]Anche i sintomi sono sempre gli stessi: un iniziale mal di stomaco che culmina con una diagnosi tremenda: leucemia. Mele ha contratto la malattia circa due anni fa, dopo una vita passata al servizio della Folgore, muovendo i primi passi nel II Battaglione per poi arrivare al comando supporto tattici: l’ultimo reparto di cui ha fatto parte prima che il cancro lo costringesse al ritiro e alla sua battaglia per avere giustizia dallo Stato.

«Il percorso è sempre lo stesso - continua Leggiero - Vengono raccolti campioni di cellule malate per essere sottoposte all’esame nanodiagnostico eseguito a Modena: se troviamo traccia di metalli pesanti riconducibili all’esplosione all’uranio impoverito, abbiamo la certezza sulle cause della malattia. E fino a oggi ne abbiamo avute tantissime». Parliamo di centinaia di casi, che riguardano anche la Folgore, l’Aeronautica pisana, il Tirrenia. «La Toscana ha molti reparti iper-operativi che in quegli anni erano in servizio nei territori a rischio» conclude Leggiero, impegnato a stare il più vicino possibile a questi petali finché restano appesi alla speranza.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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